Giuseppe Verdi e la passione per il vino

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Giuseppe Verdi e la passione per il vino


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Non è solo uno degli artisti di cui l’Emilia Romagna (e l’Italia) va più fiera, è anche, a ben guardare, una delle testimonianze storiche più appassionate che, a distanza di più di 200 anni dalla nascita, ancora sa trasmettere l’amore per la propria terra: Giuseppe Verdi ha fatto conoscere (e continuerà a farlo) a tutto il mondo, tramite la musica, le opere, gli scritti e le lettere, il suo attaccamento alle origini, al territorio lungo il fiume Po tra Parma e Piacenza. Ha saputo concentrare in 27 opere tutte le sfumature di sentimenti e sensazioni che mai abbandonano chi è nato e cresciuto tra nebbia, calura, arte, profumi, cucina tradizionale e vaste distese di campi costellate da piccoli paesini.

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Il padre di Giuseppe Verdi era proprietario di una piccola osteria a Roncole di Busseto in cui si vendevano vino, liquori, caffè, zucchero e altri generi alimentari: da qui probabilmente derivò l’amore e l’attenzione che il grande compositore dimostrò sempre nei confronti della terra e dei suoi prodotti.
Nel 1851 Verdi si trasferì nella grande villa di Sant’Agata, vicino Busseto ma già provincia di Piacenza: qui compose il Trovatore, la Traviata, La forza del destino, Don Carlos, Aida e l’ultimo capolavoro, Falstaff. Qui è dove preferiva ricevere gli amici più cari piuttosto che frequentare i salotti bene di Parma e Milano, e sempre qui iniziò ad interessarsi attivamente alla produzione agricola dei propri terreni e all’allevamento del bestiame: il Maestro amava profondamente il vino e non appena le finanze lo consentirono acquistò i terreni circostanti la Villa di Sant’Agata, in cui subito fece impiantare un’ampia vigna.
Grazie alle lettere tutt’ora conservate, è stato tramandato fino a noi l’affresco di un uomo abituato ad alzarsi al sorgere del sole per sovrintendere ai lavori della sua tenuta, dove si allevavano cavalli, vacche, montoni e che, anche quando la musica lo portava lontano, si premurava di scrivere al proprio fattore per discutere nel dettaglio come provvedere al rifacimento dei canali di irrigazione. Non può dunque stupire il fatto che le opere di Verdi abbiano ospitato spesso e volentieri scene legate al cibo e al vino. E non si deve dimenticare che cibo e vino, consumati nei palchi nell’800, accompagnavano le rappresentazioni operistiche.

Locande, osterie, banchetti privati e brindisi abbondano nei libretti verdiani: a volte sono semplice ambientazione, altre volte (come nel Falstaff) luoghi fondamentali dai quali prende avvio l’azione. La Traviata comincia intorno a una tavola imbandita, il tempo di qualche chiacchiera e scatta il famoso Libiamo ne’ lieti calici.
Otello comincia in una taverna: dopo poche battute, ecco il brindisi per festeggiare il ritorno del protagonista.
In un’atmosfera conviviale prende avvio Rigoletto ed è durante un banchetto che l’ombra di Banco appare a Macbeth, nel secondo atto. Con un brindisi cominciano i Vespri siciliani e non sarebbe possibile pensare a Falstaff senza l’Osteria della Giarrettiera (che non a caso compare all’inizio di tutti e tre gli atti dell’opera).

A testimonianza dell’interesse che il Maestro aveva per la buona tavola, le tante lettere scritte da lui stesso e dalla sua compagna di vita, Giuseppina Strepponi, che riportano suggerimenti, ricette e aneddoti di cucina.

Tra i prodotti più amati in casa Verdi, la Spalla cotta di San Secondo e gli anolini, abbinati ad un buon bicchiere di Gutturnio dei Colli Piacentini o di Malvasia dei Colli di Parma.