La piattaforma del Paguro – Un reef a largo di Ravenna

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La piattaforma del Paguro – Un reef a largo di Ravenna


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C’è una storia che riguarda il tratto di costa di fronte alle spiagge di Ravenna che sono sicuro non sono in molti a conoscere. Si tratta di una tragica vicenda avvenuta poco più di 50 anni fa.
Era il 1965 quando, a largo delle coste dell’ex capitale bizantina, la piattaforma metanifera Paguro, a seguito di una violenta esplosione, scomparve inghiottita tra le acque del mare Adriatico.

Una bruttisima vicenda che sconvolse l’opinione pubblica e la società civile di allora e che fece riflettere in tanti su quello che era accaduto.

La storia poteva finire qui, in un quel tragico giorno. Ma qualcosa andò diversamente. Da quel momento la piattaforma, accolta dal mare, iniziò una metamorfosi e sulle strutture martoriate, teatro di morte, si andò a creare un nuovo ecosistema straordinario.

Nuove forme di vita decisero di occupare quest’enorme groviglio di lamiere, trasformandolo difatti in uno dei più importanti centri di biologia marina di tutto l’Adriatico, primo e unico sito marino ad essere nominato Sito d’Interesse Comunitario nella Regione Emilia Romagna (2010).

Ma partiamo dall’inizio, dal 1963.

12°34’57″E e 44°23’4”N: sono queste le coordinate di latitudine e longitudine a cui oggi corrisponde il reef del Paguro. Ci troviamo a ben 11 miglia dalla costa di Ravenna.
Fu in quest’area che, tra il 1962 e il 1963, fu varata la piattaforma. Insieme alla sua collega e “sorella gemella”, la Perro Negro, doveva servire all’AGIP come piattaforma mobile per la perforazione di pozzi per estrarre gas metano nelle acque dell’Adriatico.

Tutto andò al meglio, per lo meno fino al 28 settembre del 1965. Posizionata su un nuovo sito, il PC7 (Porto Corsini 7), a una dozzina di miglia dalla foce dei Fiumi Uniti – durante le attività di perforazione successe qualcosa di imprevisto.

Dapprima un’eruzione di fluido, facilmente contenibile e tamponabile; subito dopo il cedimento delle pareti del pozzo di trivellazione: nessuno poteva immaginare di aver intaccato una sacca di gas molto più grande, posta immediamente sotto la prima e che conteneva gas ad altissima pressione.

Fu inutile correre ai ripari: la piattaforma cedette, avvolta da una miscellanea di acqua e gas e, in poche ore, in un’inarrestabile reazione a catena finì per inabissarsi in mare. L’incidente costò la vita a tre tecnici dell’Agip (il geologo Arturo Biagini, l’elettricista Bernardo Gervasoni e l’operaio Pietro Perri), creando un enorme cratere che portò il fondale circostante da – 27 mt a – 33 mt.

La Piattaforma metanifera Paguro

La Piattaforma metanifera Paguro | Foto © Wikimedia

50 anni dopo il relitto è ancora lì. Ma è divenuto tutt’altro, qualcosa di diverso e unico per l’Adriatico.
Il mare con la sua forza vitale ha inglobato quest’enorme struttura, trasformandola in una nuova casa per moltissime specie animali e vegetali.

Nel 1991 ai suoi resti sono stati aggiunti nuovi materiali ferrosi provenienti dallo smantellamento di altre sei piattaforme Eni dismesse e demolite, accrescendo di fatto questo enorme comprensorio, messo a disposizione per tutti gli appassionati di immersioni e biologia marina.

Miriadi di pesci di ogni genere hanno stabilito qui la loro dimora, fonte incredibile di biodiversità e vita. Immergendosi in quest’acque, è facile così incontrare la medusa cassiopea, la più grossa del Mediterraneo, ma anche moltissimi astici, aragoste, galatee e gronghi di ogni taglia.

Scendendo più in profondità ci si imbatte in enormi branchi di pesce azzurro, boghe, sgombri, sarde, palamiti, cefali in amore, spigole, branzini, corvine, ricciole e anche in qualche delfino, venuto alla ricerca di qualcosa da mangiare.
Sulle lamiere in ferro ossidate, coperte di mitili e ostriche, spiccano granseole impegnate ad amoreggiare o deporre le uova, granchi facchini e miriadi di bavose di diversi colori tra ricci di mare e nudibranchie colorate.

Il relitto del Paguro

Il relitto del Paguro | Foto © RavennaTourism

Dal 1995 attorno all’area è attiva l’Associazione Paguro, creata per la conservazione, tutela e valorizzazione del relitto, nonchè per la regolamentazione delle immersioni sportive, didattiche e scientifiche.

Insomma un luogo speciale quello del Paguro, meta di appassionati di subacquea e che oggi è tra i reef naturali ed artificiali dell’Adriatico al centro di un progetto europeo (Adrireef) che ha come obietttivo primario quello di incentivare, incoraggiare e valorizzazione tutte quelle pratiche che rientrano nella cosiddetta “economia blu”.

Una piccola curiosità
Proprio a quest’area è stata dedicata una serie di vini “subacquei”, quelli della Tenuta del Paguro, che hanno scelto il mare come propria cantina dove affinare a 30mt di profondità, le loro pregevoli bottiglie.

Autore:

Davide Marino nasce come archeologo ma finisce per fare altro. Razionale ma non metodico, lento e appassionato. Un giovane entusiasta dai capelli grigi

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