L’abbazia di Pomposa tra storia e leggenda

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L’abbazia di Pomposa tra storia e leggenda


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Procedendo lungo la statale Romea che collega Ravenna a Mestre, improvvisamente ai confini con il Parco del Delta del Po balza agli occhi il grande campanile dell’abbazia di Pomposa.

Si tratta di una presenza disarmante alta ben 48 metri che emerge con tutta la sua potenza dalla verde pianura circostante, trasformando di fatto quest’area in un polo attrattivo per chiunque si trovi a passare da queste parti.

Proprio qui, tra i tipici banchi di nebbia della pianura padana, sparuti gruppi di monaci benedettini decisero di avviare una piccola comunità a partire dal VI-VII secolo d.C.

Era l’inizio del Medioevo e a quel tempo, dovete sapere, quest’area non è che fosse proprio salubre, facilmente raggiungibile e densamente popolata.
La linea di costa era più arretrata. Il paesaggio era composto prevalentemente da acqua e qualche terra emersa. Ferrara non esisteva e solo Comacchio riusciva a svolgere un deciso ruolo come emporio commerciale.

Le paludi tutt’attorno lasciavano poco spazio agli insediamenti umani, ad eccezione di alcune zone come la cossidetta Insula Pomposiana, posta al centro di due rami del fiume Po e circondata da una fitta vegetazione boschiva.

Abbazia di Pomposa (Ferrara)

Abbazia di Pomposa (Ferrara) | Foto © watermuseumofvenice.com

Fu in questo contesto – ideale per isolarsi dal resto del mondo, meditare e vivere in pace in contatto con Dio – che l’abbazia di Pomposa iniziò dal IX secolo a prendere le forme che oggi conosciamo e affacciarsi al balcone della Storia.

Nel 1026 fu consacrata ufficialmente, divenendo uno dei più importanti monasteri dell’Italia centro-settentrionale, meta ambita di eremiti, imperatori, nobiluomini, santi e viaggiatori, nonché un fondamentale punto di passaggio per chi, partendo dal Mare del Nord, voleva raggiungere Roma (e ritorno), seguendo le varie tappe della via Romea Germanica.

Figlia del Medioevo e delle sue controverse vicende, le mura dell’abbazia affrontarono alti e bassi nel corso dei secoli, rivestendo come tanti monasteri e abbazie dell’epoca un fondamentale ruolo propulsore dal punto di vista culturale e religioso.

Un’eredità vasta e complessa che ancora oggi è percepita da chi si pone al cospetto di questo piccolo sito d’arte sperduto nelle campagne ferraresi, tutto in seno allo Stato Italiano che ne gestisce la conservazione attraverso il Polo Museale dell’Emilia Romagna.

La basilica di Santa Maria Assunta

Imponente e disarmante, soprattutto nei giorni di nebbia, la basilica di Santa Maria Assunta emerge alla vista grazie al colore acceso dei mattoni della sua facciata, gli inserti di reimpiego in marmo e diversi bacini multi-colori, provenienti da diversi paesi del Mediterraneo come Egitto, Tunisia e Sicilia.

Il nucleo più antico risale al VII-IX secolo anche se fu all’indomani dell’anno Mille che iniziò la sua crescita ed evoluzione, tanto da essere allungata con nuove campate, e l’aggiunta di un pregevole atrio con fregi in cotto e animali simbolico-religiosi.

Al suo fianco, inseparabile, svetta il campanile romanico-lombardo realizzato nel 1063 dall’architetto Deusdedit che colpisce per la sua altezza in rapporto alla vicina basilica ma soprattutto in relazione al paesaggio circostante, piatto e omogeneo.

Abbazia di Santa Maria di Pomposa (Codigoro)

Abbazia di Santa Maria di Pomposa (Codigoro) | Foto © Ferrara Terra e Acqua

Il richiamo alle basiliche della vicina Ravenna è evidente e anche l’occhio più sbadato può accorgersi delle contaminazioni artistiche.
Torna, ad esempio, il classico impianto basilicale a tre navate scandito da colonne romane e bizantine e il presbiterio rialzato con cripta annessa. Ma soprattutto emerge un parallelismo nella decorazione del pavimento del XII secolo (la parte più antica del VII secolo si trova vicino all’abside) che porta alla mente stilemi geometrici e figurativi della tradizione musiva e in marmo dell’ex capitale bizantina (e comunque di tradizione tardo romana).

Ma è alle pareti che si svela la meraviglia. Cicli di affreschi di scuola bolognese della metà del Trecento e resti di decorazioni precedenti offrono una grande tela al visitatore in cui perdere il proprio sguardo.
Ci sono storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, scene dell’Apocalisse e di un tormentato Giudizio Universale. Qualcosa di veramente incredibile che al primo impatto può apparire suggestiva ed ermetica perchè protetta da una corazza di simboli e colori, ma che in realtà svela all’animo più attento un viaggio intrigante tra i meandri del linguaggio figurativo e religioso d’eta medievale.

Il monastero e il Palazzo della Ragione

Proprio a fianco della basilica di Santa Maria Assunta si erge il vero e proprio complesso abbaziale di Pomposa, o per lo meno quello che ne rimane.

Nella tradizione dei monasteri benedettini, l’articolato edificio si sviluppava attorno al chiostro porticato con al centro il pozzo. E qui che i benedettini trascorrevano le loro giornate nel rispetto della regola monastica ora et labora. Qui c’era il refettorio, il dormitorio (ora adibito a museo), l’aula capitolare.

Abbazia di Pomposa - Palazzo della Ragione (Ferrara)

Abbazia di Pomposa – Palazzo della Ragione (Ferrara) | Foto © italyformovies.it

La maggior parte di questi ambienti sono ancora visitabili e mostrano alle pareti affreschi incredibili, testimonianza di storia, arte e religione.
All’interno della Sala Capitolare spiccano ad esempio le raffigurazioni degli inizi del XIV secolo realizzate da un diretto scolaro di Giotto con la Crocifissione, San Guido e San Benedetto e figure di apostoli. Nel refettorio, invece, si mostra in tutta la sua imponenza un ciclo attribuito a un maestro vicino a Giuliano e Pietro da Rimini o a Giovanni Baronzio.

Da non dimenticare, infine, il Palazzo della Ragione, posto dirimpetto alla basilica e al monastero, realizzato nell’XI secolo per amministrare la giustizia; e il museo pomposiano in cui sono custoditi materiali provenienti dalla chiesa e da tutto il complesso – come capitelli, bassorilievi, statue, oggetti sacri, disegni di affreschi – rinvenuti negli scavi e interventi operati nel corso del tempo.

Autore:

Davide Marino nasce come archeologo ma finisce per fare altro. Razionale ma non metodico, lento e appassionato. Un giovane entusiasta dai capelli grigi

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