[Parlami di tER] Galileo Chini, il fiorentino che portò l’Oriente a Salsomaggiore 

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[Parlami di tER] Galileo Chini, il fiorentino che portò l’Oriente a Salsomaggiore 


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Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima. Se anche tu vuoi raccontare l’Emilia-Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuto.
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Tra le figure incredibili che hanno attraversato la storia di Salsomaggiore Terme, quella di Galileo Chini, artista eclettico e dai mille talenti, è sicuramente tra le più eccezionali.

Dire semplicemente che Chini “attraversò” la storia della città non gli rende giustizia, sarebbe meglio dire che la solcò profondamente, tanto che ancora oggi la sua opera più importante, il Palazzo delle Terme Berzieri, costituisce il cuore e l’identità della città.
Alcune delle sue creazioni minori invece sopravvivono indisturbate, fuori dal centro, sulle colline salsesi, dove ancora molti non sanno di poterle trovare.

Tuffiamoci nel passato.
Siamo alla fine degli anni ’10 del 900 quando il favoloso artista fiorentino, nel pieno della sua carriera, fu chiamato a realizzare assieme all’architetto ed intimo amico Ugo Giusti le sontuose Terme Berzieri.

Terme Berzieri, Salsomaggiore | Ph. @matteofotodigital

Terme Berzieri, Salsomaggiore | Ph. @matteofotodigital

L’immaginario artistico di Chini a quel tempo si era già nutrito dell’incontro con la cultura orientale, un Oriente non solo mitizzato, ma conosciuto direttamente in tutti i suoi aspetti, pubblici e privati, grazie ad una lunga permanenza dal 1911 al 1914 a Bangkok. Il giovane artista vi si era recato su invito del re del Siam per decorare la Sala del Trono nel palazzo che il sovrano Fhara Mindo aveva commissionato ad un progettista italiano.

Proprio l’esperienza orientale di Chini fu il motore della realizzazione dell’intero apparato decorativo del palazzo termale, in completa sintonia con l’architetto Giusti il quale con cura meticolosa ne disegnò ogni dettaglio.

Ogni elemento plastico e decorativo in grès, maiolica, ceramica e vetro fu poi interamente prodotto dalle Fornaci Chini di Borgo San Lorenzo al Mugello, l’azienda di famiglia fondata da Galileo e dal cugino Chino e della quale Galileo stesso fu direttore artistico.

Ancora oggi, spiando con la massima attenzione attraverso i vetri colorati al pian terreno del palazzo termale, si possono intravedere impressi su qualche finestra il giglio, simbolo di Firenze, e la graticola, simbolo del martiro di San Lorenzo. Sopra a chiare lettere campeggia la scritta “Fornaci Chini di Borgo San Lorenzo”. Un marchio e una garanzia.

Dopo l’inaugurazione ed il grande successo delle Terme Berzieri, la stessa squadra di pittori, decoratori, scultori, architetti fu riassunta per lavorare ad un altro importante progetto: l’ampliamento del Grand Hotel des Thermes, l’albergo più importante della città.


Era il 1924, una nuova filosofia sostituì la qualità sobria imposta dal Ritz, il precedente proprietario, con la necessità di assecondare le richiesta di lusso della nuova borghesia che subiva potentemente il fascino dell’esotismo.

Giusti e Chini, di nuovo insieme, si ispirarono quindi per il Salone Moresco, per la Taverna Rossa ed il loggiato alla sensualità misteriosa dell’Alhambra, mescolando suggestioni e citazioni di atmosfere del moresco a rivisitazioni di cineserie e giapponeserie secondo un esotismo vario e spiritoso.

Quegli ambienti furono inaugurati nel 1926, dopo meno di un anno di lavori, con la rappresentazione di una serie di spettacoli coreografici appositamente preparati da Giuseppe Adami con i costumi di Luigi Caramba, il corpo di ballo della Scala di Milano e, pensate un po’, le scenografie di Galileo Chini!

Turandot fu la prima di queste rappresentazioni e il Chini ne aveva curato le scene fin dal 1924 in perfetta intesa con il Maestro Puccini. Sarà per questo che nei nuovi ambienti del Grand Hotel è così forte l’enfasi della teatralità? Proprio come in teatro sul Salone Moresco affacciava il palco da cui gli ospiti dell’appartamento reale poterono assistere dall’alto allo spettacolo.

In questa sua nuova opera di decorazione, più veloce e libera rispetto alle rigidità del Berzieri, molti spazi furono lasciati alla fantasia del giovane Chini che con la sua équipe consolidata riempì di colore pareti e soffitti componendo una sorta di antologia di temi naturalistici.

Nel Salone Moresco il ritmo degli arabeschi è interrotto da pitture di lussureggianti giardini e cascate di fiori da cui spiccano il volo eleganti pavoni sfiorando con la lunga coda una figura femminile inginocchiata su un cuscino, Leda.
Nella Taverna Rossa i soffitti sembrano veri e propri tappeti da guardare dal basso verso l’alto mentre alle pareti sono rappresentati pavoni, pesci, fiori di pesco, metafore del mare, del cielo e della terra.

Ogni ambiente ha il suo colore dominante: rosso per la Taverna dove anche gli arredi furono accuratamente studiati e realizzati in lacca rorida, giallo nel Salone Moresco dato dalla luce che piove dalla cupola in ferro e vetro, blu per la veranda-loggiato.
Lo stesso Chini scrisse in un’iscrizione a parete dedicata all’amministratore della società proprietaria dell’hotel: “Questa risata di colore dedico a Riccardo Ferrario”.

Il Chini favoloso lavorò ancora a Salsomaggiore: alla Sala delle Cariatidi sempre al Grand Hotel, a Villa Fonio e al Poggio Diana. Ma si era ormai esaurita la verve coloristica e forse mancava la sinergia, lo scambio continuo con l’amico Giusti, morto nel ’28.

Si narra che le due chimere che affiancano la scritta THERMAE sulla facciata del Berzieri rappresentino proprio loro due, Ugo Giusti e Galileo Chini, uniti in un sodalizio personale e artistico che solo la morte del primo ha potuto spezzare.

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