[PARLAMIDITER #223] C’è più mosaico di quanto si creda

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[PARLAMIDITER #223] C’è più mosaico di quanto si creda


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Ravenna è un osservatorio naturale di ciò che accade dentro e intorno al perimetro del mosaico. La sua storia e i monumenti che conserva offrono un orizzonte visivo e culturale con cui appare stimolante confrontarsi ancora oggi, a distanza di secoli.

Il mosaico, nell’immaginario comune, è una tecnica decorativa per superfici più o meno grandi – pavimenti, pareti, absidi e volte – di architetture storiche – greche, romane e bizantine – in uso anche nell’architettura contemporanea, nell’arredamento dei bagni in particolare o, più estensivamente, in dimore di particolare pregio.

Ma l’esistenza complessa e articolata del mosaico non si esaurisce qui, tanto più oggi, eredi, come siamo, di quello che a ben vedere potrebbe essere considerato il secolo più musivo della storia.

D’altra parte siamo anche piuttosto abituati a utilizzare il concetto di mosaico, come metafora, in numerose occasioni che nulla hanno a che vedere con tessere di marmo o vetro su pareti o pavimenti. Basti pensare a quanto può suonarci familiare o, quanto meno, facilmente comprensibile, un modo di dire come “il mosaico di popoli”, sebbene sia curioso il fatto che, con esso, si finisca per porre l’accento sull’eterogeneità degli elementi e la disorganicità della mescolanza, quando il mosaico di per sé è invece una tecnica che si fonda sull’utilizzo di elementi relativamente omogenei tra di loro, accostati con un criterio ben definito.

Cio che invece è meno conosciuto è l’impiego del mosaico nell’ambito della ricerca artistica. Eh sì, il ‘900 – che si apre con le radicali rotture delle avanguardie con il passato e che vede impetuosi rivolgimenti nei modi e nelle forme del fare arte – ci testimonia anche di un utilizzo, in precedenza pressoché inedito, proprio del mosaico. Fatto di marmi, pietre, vetri e lamine d’oro, come in epoca bizantina.

A sinistra: Mirko Basaldella, Furore (1944) | A destra: Enrica Borghi, Venere (2016)

A sinistra: Mirko Basaldella, Furore (1944) | A destra: Enrica Borghi, Venere (2016)

L’aulica tecnica di rivestimento di grandi superfici architettoniche si incarna, a partire già dalla metà degli anni Venti, nel corpo vivo di opere d’arte indipendenti da un contesto architettonico e frutto di autonome ricerche espressive. Quadri a mosaico o sculture a mosaico, come lo sono quelle di Lucio Fontana e di Mirko Basaldella, da cui prende avvio la mostra “Montezuma, Fontana, Mirko” in programma al MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna dal 7 ottobre 2017 al 7 gennaio 2018.
Un cammino, questo, avviatosi allora e tutt’ora fertile di proposte. Si sono succedute diverse generazioni di artisti nel corso della seconda metà del Novecento, fino ad oggi, che hanno via via trovato stimoli sempre nuovi per creare le proprie opere con il mosaico.

Ma Marshall McLuhan ci ha da tempo invitati anche a spingere il concetto di mosaico oltre i limiti. Nel suo saggio Understanding Media del 1964, il teorico della comunicazione canadese parla infatti di strutture a mosaico, riapparse in occidente – scrive – dopo l’introduzione del telegrafo. Tra queste lo schermo televisivo, il fax, il giornale o anche la musica jazz. Oggi potremmo facilmente aggiungere i big data e i social network. Forme della comunicazione discontinue e frammentate che richiedono grande partecipazione e stimolano il coinvolgimento di chi le fruisce. Un approccio di questo tipo apre facilmente ad ulteriori considerazioni.

Da sinistra: 4 - Athos Ongaro, Dama o Eleonora (1981) | A destra: (in alto) Andrea Salvatori, Senza titolo (2017) - (In basso) Roberta Grasso, 25 euro-etto (2011)

Da sinistra: Athos Ongaro, Dama o Eleonora (1981) | A destra: (in alto) Andrea Salvatori, Senza titolo (2017) – (In basso) Roberta Grasso, 25 euro-etto (2011)

A intendere infatti il mosaico in un senso più allargato, come estetica e per le sue caratteristiche intrinseche – la discontinuità della tessitura, la frammentazione e l’aggregazione, la ripetizione di unità modulari – ci si accorge che c’è più mosaico di quanto generalmente si creda.
Le tessere possono non essere più di marmi e vetri come nell’antichità, ma plastiche, metalliche, fatte di materiali di scarto, oggetti di recupero, in una varietà di proposte tutte legate dal filo comune di costruire l’opera secondo un processo di addizione di elementi, con un’idea e per fare in modo che l’insieme sia qualcosa di più della semplice somma delle singole parti, generi senso.

RavennaMosaico – la rassegna biennale dedicata al mosaico contemporaneo che la città di Ravenna organizza dal 2009 e che, quest’anno, in una formula rinnovata, giunge alla sua V edizione – ha il merito di far convergere tutte le molteplici declinazioni in cui il mosaico a tutt’oggi è impiegato – ricerca artistica, artigianato, design degli interni e del gioiello, architettura, restauro, didattica – per fare il punto della situazione, riflettere sulla propria storia, confrontare idee diverse e guardare avanti.

RavennaMosaico | Rassegna Biennale del Mosaico Contemporaneo (V edizione)

RavennaMosaico | Rassegna Biennale di Mosaico Contemporaneo (V edizione)

Autore:

My name is Daniele Torcellini and I deal with history and art criticism. I am teaching in the Fine Arts Academies of Ravenna, Genoa and Verona and I am mainly interested in mosaic and color aesthetics.

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