[Parlami di tER #169] Alcune Visioni dal Festival

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[Parlami di tER #169] Alcune Visioni dal Festival


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Parlami di tER è una serie di racconti dell’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da donne e uomini che son nati, vivono o semplicemente si sono innamorati di questa singolare, bellissima, terra con l’anima. Se anche tu vuoi raccontare l’Emilia-Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuto. Basta una mail a <turismoemiliaromagna[at]gmail.com> o un commento qui sotto!

Le radici dei sogni - Locandina«Ci deve essere qualcosa di veramente speciale o particolare in una regione, in un paesaggio, come quello dell’Emilia, come quello del Po che l’attraversa, se quella regione ha dato così tanta gente di prima qualità al cinema. Basta fare i conti…». (Irene Bignardi)

«Non so fino a che punto sia una terra di cineasti o sia invece un paesaggio che ha suggerito ai cineasti di essere interpretato». (Carlo Di Carlo)

«Il paesaggio dell’Emilia è un paesaggio che dà movimento reale, è un movimento che non è scritto». (Dominique Païni)

«Una delle cose affascinanti e bellissime dell’Emilia è nel carattere delle persone che ci vivono, è questo senso forte di vita, questa voglia di socialità, questa voglia di comunicazione, questa voglia di condivisione». (Giorgio Diritti)

Sono solo alcune delle testimonianze che si ascoltano in Le radici dei sogni, l’Emilia Romagna tra cinema e paesaggio di Francesca Zerbetto e Dario Zanasi. Una libera passeggiata tra le bellezze dell’Emilia Romagna alla scoperta di nuove immagini e di insospettabili suggestioni.

Il film è stato proiettato sabato 28 febbraio all’interno della rassegna Visioni Italiane che quest’anno è giunta alla sua ventunesima edizione, tenutasi dal 25 febbraio al 1 marzo presso la Cineteca di Bologna. Un programma ricco e articolato e soprattutto un gradevole clima di confronto tra pubblico e registi hanno contraddistinto questa edizione. Nella maggior parte delle proiezioni gli autori, presenti in sala, sono stati chiamati a introdurre i propri lavori, si è trattato di momenti proficui che hanno fornito precise chiavi di lettura.
Il regista Frederick Wiseman, nella lezione tenuta nel pomeriggio di venerdì 27 febbraio all’interno del Concorso, ha sottolineato con piglio ironico come «gran parte del materiale che si ottiene girando è frutto del caso. Il modello è quello di Las Vegas: si tirano i dadi e poi si scopre cosa accade. […] Come un pescatore che lancia una rete amplissima e poi raccoglie quello che trova».

Ad aprire il festival, mercoledì 25 febbraio, è stato il lungo cammino di Merci de me répondre degli autori Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa. Il titolo ripropone una frase che è consuetudine scrivere alla fine di una lettera, racchiusa in un palloncino che ormai sgonfio si arena sul balcone di una casa. Da qui tale messaggio conduce lo spettatore in un affascinante viaggio verso il Sud della Francia. Sono tante le persone coinvolte e altrettanti i dialoghi che prendono le mosse da questa frase che va circolando, per la quale ciascuno cerca la sua risposta. «Il messaggio va oltre i confini, ragazzi» è l’affermazione convinta di un signore anziano seduto, al fresco di un albero, con i suoi amici; «penso sempre che dopo l’angolo ci sia qualcosa di meglio» è il sorriso speranzoso di una signora avvolta in un caldo cappotto rosso.
Altro viaggio che ha caratterizzato la prima giornata è quello intrapreso da quattro squattrinati personaggi in Deus in Machina di Nicola Piovesan. Ci sono un giornalista vincitore di un premio che viene consegnato ogni 400 anni, dal cantante Scatman John, al Miglior Articolo Giornalistico dell’Universo Conosciuto (MAGU); un fotografo ufficiale malato di cataratta; un pizzaiolo che ascolta solo musica elettronica minimal e un tipo bassotto e grassoccio di trentanove anni e mezzo, tifoso della Fiorentina. I quattro protagonisti si perdono a bordo della loro automobile in un esilarante missione spaziale alla ricerca Dio.

Deus in Machina

La giornata di giovedì 26 febbraio è contraddistinta dalle incomprensioni e dagli equivoci che animano il corto Vivo e Veneto di Francesco Bovo e Alessandro Pittoni. La storia narra del divertente rapporto che si instaura tra un artigiano veneto, meccanico di biciclette, e il suo nuovo apprendista, un ragazzo di origini africane che non conosce nulla dell’italiano. Il gioco di ambiguità è retto dal tentativo del meccanico di insegnare l’arte delle piccole riparazioni attraverso proverbi e modi di dire in dialetto allo spaesato ragazzo.

Vivo e Veneto
Ne La Valigia di Pier Paolo Paganelli, il protagonista è un anziano signore costretto tra le mura di una stanza bianca, spoglia e impersonale con solo un piccolo comodino ed un letto. Attraverso un monologo tanto poetico quanto lamentoso, l’anziano signore ripercorre i momenti più importanti della sua vita. Inizia rimarcando la sua riluttanza per il colore bianco, «ho sempre odiato il bianco. […] Il bianco è il colore del paradiso e in paradiso non ci si va da vivi». Da questo squarcio iniziale, attraverso le parole, dona colore alla sua vita custodita nei ricordi di una valigia marrone ai piedi del letto. Dai capelli biondi della figlia alle lacrime blu della moglie, alle sfumature dei giorni passati con il fratello, fino all’inesorabile ritorno dentro quella stanza.

Nella terza giornata è stata proiettata una delle due opere che hanno vinto il primo premio ex aequo ed è How I didn’t become a piano player di Tommaso Pitta. Nell’alternanza tra i tasti bianchi e neri di un malconcio pianoforte, si raccontano le vicissitudini di un maldestro e incapace adolescente che riflette sulla condizione per cui «everybody can do something… but what?» Vocazione, ispirazione che sembra trovare quando il padre un giorno porta a casa un vecchio pianoforte, preso alla discarica, che il ragazzo decide di imparare a suonare. Il film è orchestrato in una geniale commedia che prende vita nelle difficoltà e nelle divertenti conseguenze delle sue continue esercitazioni.

How I didn't Became a Piano Player
L’ultimo proiezionista di Vito Palmieri racconta la storia di Paolo Romagnoli che di mestiere fa il proiezionista, per il quale la vita cambia drasticamente quando non vengono più diffusi film in pellicola. Ha trascorso la sua vita a guardare film dallo spioncino della cabina di proiezione in una sala parrocchiale della Dozza e ora si ritrova, solo con un cumulo di ricordi, a riordinare le pellicole sugli scaffali. Una persona mite, eroe di un’epoca tramontata, che è stata capace di riscoprirsi e di posare l’occhio su ciò che di positivo si cela dietro l’angolo. «Dopo 45 anni a fare l’operatore cinematografico, passare al digitale per me è stato un leggero problema. Comunque i risultati ci sono e il nostro piccolo cinema parrocchiale ha riguadagnato un po’ di spettatori».

Sabato 28 si è aperto all’insegna dell’arte pittorica, infatti Beauty di Rino Stefano Tagliafierro è una piacevole opera allestita sull’animazione di famosi dipinti atti a creare il racconto dei principali aspetti della vita: nascita, morte, amore e sessualità. Al quadro viene offerta la possibilità di contraddire la propria natura e di fuggire dalla condizione di intrinseca staticità. Figure, paesaggi, volti, mani e corpi prendono vita in armoniosi movimenti sorretti e accompagnati da un prezioso sostrato musicale. La musica è di Enrico Ascoli e accompagna in maniera dolce e pacata l’idea di sottile intromissione nel processo della vita. La melodia volteggia leggera dentro le immagini e l’atmosfera si amplia fino ad abbracciare lo spettatore.
La giornata si conclude con Recuiem di Valentina Carnelutti, la seconda opera vincitrice del primo premio ex aequo. La storia si svolge nella quotidianità di due ignari bambini. Quando al mattino Leo e la sorellina Annetta si svegliano la mamma Emma dorme ancora. I due bambini così iniziano le prime ore della giornata con le loro consuete attività, mangiare, lavarsi, vestirsi, guardare la televisione e fare merenda. Routine che continua anche quando sia Gabriele, il compagno di Emma, e sia la mamma di lei arrivano a casa. Un film emozionante di parole e di silenzi, nel quale la spensieratezza e l’inconsapevolezza dei bambini fa si che la giornata prosegua aspettando la sera.

Recueim

«Essere puttana in un posto dove non posso essere puttana, ma raccontare quanto puttana sono»: si conclude con un percorso nei luoghi dell’amore il Festival Visioni Italiane, terminato nella serata di domenica 1 marzo con le premiazioni delle diverse sezioni e la proiezione di Qualcosa di noi, film che vede alla regia Wilma Labate con la collaborazione di un gruppo di allievi della scuola di scrittura Bottega Finzioni. La storia è quella di Jana ed è incentrata sul suo corpo e sull’incontrovertibile desiderio da parte di tutti di essere amati. «C’è veramente bisogno, necessità di essere amati, uomini che durante il rapporto sessuale ti dicono troia, vacca, quello che vuoi, e invece tanti che ti dicono ti amo». «Ogni tanto mi fa male, poi passa, dopo undici anni non hai nemmeno più la voglia di pensare cambio».

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