[Parlami di tER #8] Ai confini dell’Emilia

 | 

[Parlami di tER #8] Ai confini dell’Emilia


Tempo stimato di lettura: 1 minuto

Parlami di tER è una serie di racconti dell’Emilia- Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da donne e uomini che son nati, vivono o semplicemente si sono innamorati di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.Se anche tu vuoi raccontare l’Emilia-Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuto. Basta una mail a inemiliaromagna@aptservizi.com o un commento qui sotto!


Amo i confini. Credo che le persone di confine siano più aperte, strambe, interessanti e divertenti di quelle che abitano al centro dell’uovo prossemico di ogni formalizzato circoletto geografico.

Un po’ come internet, in cui le grandi cose avvengono ai margini, non al centro, in cui Google non l’ha inventato la AT&T e Foursquare non è mica venuto in mente alla TIM.

Io ho vissuto da piccolo al confine, senza rendermene conto, perché lì i confini esistono solo per le persone che non ci vivono. Sono nato in quella parte dell’Emilia in cui la sfumata, umida e nebbiosa pianura non trova di meglio, per delimitare posti tutti apparentemente uguali (che in qualche modo il confine lo dobbiamo tracciare!), che incaricare del ruolo inadatte strade provinciali e fossetti non all’altezza di separare nemmeno un cortile dall’altro, tracciando quindi confini assolutamente improbabili, di cui solo una minoritaria parte degli abitanti è a conoscenza, e di cui le persone si ricordano solo al momento di farsi rilasciare qualche documento. Attimo in cui si accorgono che i loro vicini di casa devono andare a quindici chilometri a nord, e loro a quindici a sud. Il dialetto sfuma senza stacco, la e aperta diventa chiusa, e poi suona come una a.
E’ una terra in cui è normale che tre comuni si dividano puntigliosamente e balcanicamente piccoli paesi in modo risikoso, facendo passare il confine tra la chiesa e i carabinieri, intrufolandolo nel bugigattolo dietro l’edicola, stendendolo lungo la pista ciclabile, extraterritorializzando il bar che è dei vecchi e dei giovani già nati vecchi, incuneando la scuola tra una riga e l’altra.

“Mamma, ma io dove abito?” furono le mie parole, a sette anni.

Per questo poi quando la gente di città ti chiede di dove sei, tu dici un po’ di Ferrara, un po’ di Bologna, un po’ di Modena. Si nasce apolidi, e non è per niente un male. Si impara a non essere di nessuna parte, se non un po’ emiliani dentro.

Gianluca Diegoli voleva fare il giornalista economico da piccolo ed è diventato blogger e digital marketing qualcosa da grande. E’ fuggito alla Bocconi ma poi è tornato in Emilia, e ancora oggi non sa se ha fatto bene o no. Blogga su www.minimarketing.it, e ha scritto in qualche libro (di carta e di bit).

Autore:

2 commenti

  1. Sara

    Capisco perfettamente il feeling.
    E’ un po’ come essere di un piccolo paese di confine tra Marche ed Emilia-Romagna, politicamente in provincia di Pesaro ma poi dall’altra parte geograficamente, con l’accento e la “z” che ronza, con i giri giù in riviera.
    Essere sul confine, considerati pesaresi dai romagnoli e finti fighetti dai pesaresi.
    Poi ti basta guidare tra le colline e capisci che questi confini poi, chissà dove sono.
    Stesse colline, campi e calanchi.
    Forse nella piadina, che verso Urbino e anche dalle tue parti, è davvero più alta del dovuto 🙂
    Ciao Gianluca

    1. gluca

      eh, avercela qui la vera piadina, mi sa che già a Imola sfuma senza stacco (autocit. 🙂
      ciao sara

Lascia un commento anche tu!

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *