[Parlami di tER #10] La Romagna come narrazione di sé

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[Parlami di tER #10] La Romagna come narrazione di sé


Tempo stimato di lettura: 3 minuti

Parlami di tER è una serie di racconti dell’Emilia- Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da donne e uomini che son nati, vivono o semplicemente si sono innamorati di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
Se anche tu vuoi raccontare l’Emilia-Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuto. Basta una mail a inemiliaromagna@aptservizi.com o un commento qui sotto!


In Romagna non ci son nato, non ci sono cresciuto e non ci vivo neanche. Averci abitato una decina di anni non ti consente di uscire dai cliché della Romagna come la vedono i non romagnoli, che è poi un immaginario molto forte anche nella mente dei romagnoli stessi, quasi desiderassero confermarsi l’immagine pittoresca, romantica e lusinghiera con cui li vedono i turisti: un popolo di gente forte ma accogliente, determinata ma cordiale, gran lavoratori e al tempo stesso gente che sa godersi la vita, che ha trovato – per le medie cittadine degli emiliani e dei lombardi che scendono in riviera – un compromesso sostenibile, un mix invidiabile di ricchezza e attenzione al godersi la vita, di città con servizi evoluti e natura benigna modellata sui bisogni dell’uomo.

Ma capire la Romagna, cercare di spiegare questo fenomeno socio-antropologico di media grandezza, è una cosa a cui si dedicano – peraltro con scarso successo – solo i non-romagnoli. I romagnoli, con la saggezza e la concretezza della cultura contadina a cui appartengono, non sentono il bisogno di letture o interpretazioni, e la loro terra semmai te la raccontano a colpi di aneddoti, più o meno realmente avvenuti. Un vecchio romagnolo la sua città te la narra attraverso gli eventi, non le impressioni. Non ha bisogno di interpretare i segni, dedurre, proiettare: è col racconto delle cose e delle persone che ti traccia un ritratto più fedele di quello che tu potrai mai cercare di trarre dalla lettura di una terra che è esplicita e semplice solo all’apparenza. D’altra parte in Romagna la narrazione è sempre la modalità principale di relazione del gruppo: nella compagnia da spiaggia il continuo rievocare eventi a cui si è assistito (o a cui si sarebbe assistito, ché l’arricchire con la fantasia è altra caratteristica tipica del romagnolo) è il modo in cui si crea la micromitologia del gruppo.

Come gli altri romagnoli anziani che ho incontrato, per gli ultimi 30 dei suoi 96 anni mia nonna mi ha parlato della Romagna sempre e solo per aneddoti: non mi ha mai detto cosa pensasse della sua città. Mi ha sempre raccontato del Grand Hotel, di Fellini, del fascismo, della guerra, ma mai di quale fose la sua opinione sulla sua città, di quale fosse la sua percezione di Rimini e dei riminesi. Narrava semplicemente, in modo chiaro e lineare, gli eventi della sua città. Senza bisogno di sottotesti, con la serenità di chi c’era e sa di cosa parla. Non esprimeva opinioni, forse per pudica saggezza, forse per abitudine culturale, forse perché è difficile avere un’opinione chiara e definitiva sulla propria storia, e quando ce l’hai probabilmente sei morto quindi stiamone alla larga, ma quello del romagnolo di costa – terra individualista e narcisa – è un racconto che passa quasi sempre per la narrazione di sé, delle proprie gesta o di quelle a cui si è assistito in prima persona.

In ogni caso, l’unica possibilità che ho, io modenese infiltrato in Romagna e successivamente estradato in Lombardia, di raccontare Rimini, è attraverso eventi concreti, scene accadute veramente – quei pezzi di vita che Hitchcock, genio clownesco almeno quanto Fellini, chiamava pezzi di torta.

Il campo da bocce è uno dei più tradizionali terreni di narrazione delle gesta della sera precedente. Tradizionale anche nel senso di superato: una volta ce n’era uno ogni bagnino, ma oggi sono pochissimi i superstiti; è il terreno legato a una generazione di 70enni in scomparsa.

Il bagnino e il bar della spiaggia rappresentano – sia per il romagnolo che, in modo anche più inaspettato e violento, per il turista teenager – se non il momento della scoperta del desiderio, almeno quello del primo flirt serio, il luogo simbolico del passaggio da pubertà a adolescenza, dell’educazione sentimentale. Anche in questo caso, il romagnolo impara ed esercita fin da giovane età l’arte del racconto delle gesta epiche della notte precedente (spesso attraverso una ristrutturazione, se non una vera e propria produzione immaginaria).

Tutto ciò avviene in una terra dalle forti diversità culturali, in cui per tre mesi all’anno si incontrano e convivono influenze culturali diversissime: dalla tradizione legata alla terra degli ultimi rappresentanti della famiglia post-contadina fino, alla parte opposta dello spettro, alle influenze di culture geograficamente e all’apparenza culturalmente lontane, abbracciate dalle tribù giovanili (il surf, l’hip hop). Il tutto filtrato e mediato dalle innumerevoli tribalità autoctone o migranti che popolano la costa, tra cui spiccano le badanti russe, la massa dei turisti (che siano italiani, tedeschi, francesi o probabilmente anche loro russi), la forte immigrazione africana e cinese. Filtrata da questo incrocio di flussi, la narrazione si spezzetta diventando più ricca e complessa, il quadro identitario si amplia a dismisura.

Luca Vanzella è Consultant e Blogger @ Daimon

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3 commenti

  1. maria rita

    la moda dei racchettoni in romagna e’ un’estasi felliniana perche’tu ti metti a bordo campo e vedi tutti questi vitelloni sboroni con la panzetta fringuellare con le loro racchette all’ultima moda ai vitelloni piace chiamarsi per soprannomi che e’ un vezzo tipico dell’emila e romagna…….sudano e urlano e si incazzano se sbagliano una palla con i loro occhialoni da sci all’ultima moda ….sono stata a cervia e li’ ho trovato l’apoteosi della vita da racchettoni ciao

    1. francesco

      Non so cosa sia esattamente la panzetta fringuellare, ma mi piace un sacco!

  2. vanz

    Sono due periodi: con la panzetta – virgola – fringuellare…

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