Il passaggio di Garibaldi in Emilia Romagna

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Il passaggio di Garibaldi in Emilia Romagna


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Sono trascorsi ben 170 anni da quell’agosto del 1849, quando la Romagna e le sue genti si fecero protagoniste di una delle pagine più importanti ed edificanti del Risorgimento italiano.
Forse una vicenda di coraggio come tante altre, di quelle che da sempre caratterizzano i periodi di scontro e guerra, ma quella della “Trafila”, così si chiama quest’avventura, nasconde un fascino e una drammaticità unici, molto adatti a una ricostruzione cinematografica mai avvenuta.

Tutto ebbe inizio la mattina del 3 agosto del 1849 quando Giuseppe Garibaldi, sua moglie Anita e un manipolo di uomini fedeli iniziarono il loro viaggio attraverso la Romagna per mettersi in salvo da una cattura ormai pressoché certa da parte delle milizie austriache e papaline.

Un momento cruciale per la Storia d’Italia perché concesse all’eroe dei “Due Mondi” di aver salva la propria vita, ma anche perché pose le basi di quelle vicende che, dieci anni più tardi, condussero all’agognata Unità del Paese.

Garibaldi e il maggiore Leggero trasportano Anita morente, Pietro Bouvier

Garibaldi e il maggiore Leggero trasportano Anita morente (Pietro Bouvier) | Foto © Museo Risorgimento di Milano

Ma come avvenne questa impresa?

Sulla scia delle rivoluzioni sociali in atto, l’aria di insofferenza al potere fu la benzina che accese quel fuoco di ribellione e pregevole empatia delle genti di Romagna nei confronti di Garibaldi.
Un processo di causa-effetto, nato spontaneamente senza alcun coordinamento centrale, attraverso un passaggio di mano in mano di Garibaldi fuggiasco. Ad essere coinvolte alcune dozzine di persone, tutte estranee tra loro, di diversa estrazione economica, culturale e politica.

Ma facciamo un passo indietro…

Costretto dalle artiglierie francesi a lasciar Roma, Garibaldi decide nel luglio del 1849 di intraprendere una folle impresa: partire con 4.000 uomini alla volta di Venezia, assediata dagli Austriaci, attraversando tutto il territorio controllato dal nemico.
Un’idea suicida, che ben presto si scontrò con la realtà una volta giunto nei pressi delle pianure di Romagna. Decise quindi temporaneamente di mettersi in salvo presso la Repubblica di San Marino, e lasciar liberi gli uomini che gli erano rimasti fedeli.

Giuseppe e Anita Garibaldi trovano rifugio a San Marino nel 1849

Giuseppe e Anita Garibaldi trovano rifugio a San Marino nel 1849 | Foto © Wikipedia

Oltre 200 però scelsero di non abbandonarlo e insieme a lui e alla moglie Anita, tra l’altro incinta di sei mesi, sfidarono 15 mila Austriaci, tagliando per fossi e filari fino al porto di Cesenatico. Era l’alba del 2 agosto quando partirono su una barca alla volta di Venezia, pensando di essersi salvati.

Gli austriaci però li intercettarono all’altezza di Porto Garibaldi (Ferrara): alcuni vennero catturati, altri invece riuscirono a fuggire via terra. Tra questi Garibaldi con Anita, ormai gravissima, e il suo aiutante di campo Giovan Battista Coliolo, detto Leggero.

Fu in questo momento che prese avvio la “Trafila garibaldina”: 13 epici giorni (dal 3 al 16 agosto 1849) in cui l’eroe dei “Due Mondi” trovò ospitalità, aiuto e una fitta rete di contatti tra gli abitanti della Romagna che ordirono, a suo favore, una trama di spostamenti e stratagemmi per il suo salvataggio, conclusosi qualche settima dopo con la conquista della libertà in territorio forlivese.


Garibaldi oggi in Romagna…

Oggi, tra la Romagna e il Parco del Delta del Po, esiste un vero e proprio culto sulle tracce di Garibaldi e ogni città o paese possiede un Museo sul Risorgimento che ne decanta le gesta e le opere. Partendo da Cesenatico fino ad arrivare a Comacchio, passando per Ravenna e Forlì, si possono visitare luoghi di grande appeal storico e patriottico.

CESENATICO ogni anno si rivive il mito di Garibaldi. Fu qui che il condottiero si imbarcò accompagnato dalla moglie Anita e dai suoi uomini alla volta di Venezia, ed è qui che si può vedere il primo monumento dedicato in Italia all’eroe dei “Due Mondi” (1884), nella piazza principale intitolata a Carlo Pisacane, luogo simbolo del periodo risorgimentale.

Cesenatico, Canale Leonardesco

Cesenatico, Canale Leonardesco | Foto © Caba2011, via Wikimedia

L’episodio storico è particolarmente sentito dalla comunità locale e viene ricordato ogni anno nella prima domenica di agosto con un’importante festa che porta in città centinaia di camice rosse garibaldine.
Una visita è d’obbligo anche al Museo della Marineria che, lungo il Porto canale, conserva la sua “esposizione a cielo aperto”, cioè le barche da pesca storiche (bragozzi e tartane) della stessa tipologia di quelle utilizzate da Garibaldi (egli usò infatti 13 bragozzi per cercare di recarsi a Venezia).

Garibaldi non raggiunse mai Venezia perché intercettato prima dagli austriaci e sbarcò invece alla Magnavacca, l’odierna PORTO GARIBALDI, uno dei sette lidi di Comacchio.
Siamo nel cuore del Parco del Delta del Po che, con le sue valli e zone palustri ricche di fauna, ogni anno è visitato da molti amanti della vita all’aria aperta e della natura. I modi per farlo sono tanti: in barca, percorrendo gli argini in bicicletta oppure abbinando entrambe le cose con il “Bike &Boat”, un bellissimo itinerario che alterna la barca alla bicicletta, lungo un percorso ad anello che dal mare porta a Comacchio

Sempre seguendo Garibaldi si può raggiungere la valle sommersa di Mandriole fino alla Fattoria Guiccioli, dove il 4 agosto del 1849 si spense Anita.
Oggi l’edificio, visitabile su prenotazione, ospita un’esposizione di cimeli e ricordi legati alla Trafila. Tra questi il Cippo di Anita che si erge in ricordo dell’eroina proprio nel punto in cui fu inizialmente sepolta, presso la Landa della Pastorara, ad alcune centinaia di metri dall’edificio (Garibaldi tornò anni dopo alla Fattoria per trasportare il corpo della moglie al cimitero di Nizza).

Capanno Garibaldi, Ravenna

Capanno Garibaldi, Ravenna | Foto © Archivio Comune di Ravenna

RAVENNA Garibaldi trovò diversi luoghi dove nascondersi, il più famoso dei quali è il Capanno Garibaldi, immerso nella natura della Piallassa della Baiona. Giunto a noi grazie a molteplici restauri, custodisce al suo interno diversi cimeli legati all’eroe ed è aperto alla visite da metà marzo fino a ottobre.
Sempre a Ravenna, il Museo del Risorgimento, nei pressi della biblioteca Classense, conserva armi, uniformi, fotografie, dipinti, lettere personali e documenti. Tra questi il mantello e il cappello che vennero donati dai ravennati a Garibaldi, oltre alla coperta con cui venne avvolto il corpo di Anita.

L’ultima tappa di Garibaldi è nel forlivese, dove transitò diretto al Granducato di Toscana, fermandosi due giorni a MODIGLIANA a casa di Don Giovanni Verità. Al prete garibaldino è dedicato il Museo del piccolo borgo, che conserva alcuni dei quadri più belli di Silvestro Lega fra cui i due celebri ritratti: “Ritratto di Giuseppe Garibaldi” (1861) e “Ritratto di Don Giovanni Verità” (1885).

Anche FORLÌ ha il suo Museo del Risorgimento, visitabile su prenotazione, che occupa gli splendidi spazi del neoclassico Palazzo Gaddi e ospita una ricca testimonianza sui garibaldini forlivesi.

E, per finire, come dimenticare la nuova grande mostra che la città dedica nel 2019 all’Ottocento, e in particolare al Risorgimento?
Fino al 16 giugno i Musei San Domenico ospitano, infatti, la mostra “Ottocento. L’arte dell’Italia tra Hayez e Segantini”, un lungo percorso che indaga l’arte risorgimentale nel periodo dall’Unità d’Italia fino alla Grande Guerra.

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Autore:

Davide Marino nasce come archeologo ma finisce per fare altro. Razionale ma non metodico, lento e appassionato. Un giovane entusiasta dai capelli grigi

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