[TERacconta] John Butler Trio @ Estragon Club

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[TERacconta] John Butler Trio @ Estragon Club


Tempo stimato di lettura: 3 minuti

Il sole sta tramontando all’orizzonte del vasto complesso Parco Nord di Bologna, noi siamo in fila all’ingresso dell’Estragon Club, in attesa di sentire la band australiana John Butler Trio.

Entrando nel capannone industriale l’atmosfera ricorda una Woodstock moderna, il mix eterogeneo di persone sedute per terra davanti al palco occupa tre quarti dello spazio buio, che di lì a poco sarebbe stato illuminato dalle luci stroboscopiche multicolor, incendiando il palco e gli spettatori.
Quando il trio fa la sua entrata in scena la frenesia è palpabile, il soundcheck fatto dai roadie è stato di 20 minuti abbondandi facendo presagire un perfezionismo tecnico che John Butler &co. non tradiscono.

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ticket JohnButlerTrio foto credits @bellebeatrix

La musica che fuoriesce dalle casse amplificate è impeccabile, ogni nota è candida, pulita e pesante assieme.
Le sonorità sono violente e immacolate. Surrealismo, è la sensazione più vivida, se chiudessimo gli occhi, dimenticando le gomitate dovute all’accalcamento e gli spruzzi di birra sui vestiti, potremmo ritrovarci in una stanza con gli auricolari ad ascoltare la versione acustica registrata in studio.

Il fascino della rockband non è solo semplice maestria strumentale, trascende quei confini di purezza di stile ed esperienza portando on stage contaminazioni e sperimentazioni che spaziano dal Rythm-n-Blues al Folk, con accenni di Reggaeton e persino sonorità dall’eco irlandese, il tutto a sfondo rock.

Questa è la prima tappa che faranno in Italia, del tour mondiale in cui si sono imbarcati dalla lontana Australia per promuovere il nuovo album, uscito recentemente, a febbraio 2014.
Si tratta di un disco che riflette un’immagine diversa da ciò a cui i fan sono stati abituati negli quasi 15 anni di attività della band nell’industria indie-rock.
Flesh and Blood” è l’album della maturità artistica, suona come un ritorno a casa, come la chiusura di un cerchio, l’intensità dei toni e la profondità dei testi, intramontabili, conducono ad una trance in cui è dolce e adrenalinico perdersi.

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John Butler sul palco foto credits @bellebeatrix

John Butler è l’icona carismatica di un gruppo la cui eccellenza nell’espressione strumentale non è paragonabile a niente di già sentito.
L’unicità e la forza della loro musica si materializza nell’improvvisazione che è tipica del Jazz, accostando tra gli altri i suoni di contrabbasso e banjo con una sicurezza che travolge l’ascoltatore con l’inaspettato.

Eppure a sentire le loro canzoni non si può negare un sentimento di familiarità, è come riconoscere istantaneamente una canzone senza averla mai sentita. La poesia senza età portata in scena parla di vita, parla di emozioni conosciute a tutti, che toccano tutti indiscriminatamente e probabilmente anche in questo si cela la magia del magnetismo che circonda il palco.

A metà delle tre ore di concerto, un considerevole tempo per un live, la folla è madida di sudore e in preda ad un’ipnosi estatica, gli occhi sono tutti per John, non si può fare a meno di essere rapiti dal suo magnetismo, la sicurezza con cui si muove sul palco, la pirotecnica abilità con cui accarezza la chitarra acustica creando un’arte che si protrae in un infinito concentrico di parole e suoni.

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John Butler Trio foto credits @bellebeatrix

Ciò che si può intuire ascoltando John Butler è la costante evoluzione, sembra senza fine, un perpetuo passaggio da una nota all’altra, da un’emozione all’altra, attraverso i funambolici accordi producendo melodie grezze, crude, a tratti simili a lamenti, urla melodiche, o sussurri.
Forse l’abilità con i trick, la confidenza e la spavalderia gli è rimasta dal background di skater, di cui conserva ancora l’immagine, con il ciuffo di riccioli schiariti dal sole e seccati dal sale. Il look da surfista porterebbe ad identificarli tra il pop-punk rock californiano e il naive scompigliato e ribelle da hippie. Ma fermarsi a questa immagine sarebbe altamente riduttivo.

Butler ha un’anima musicale piena e un’umiltà che spesso i professionisti perdono per strada, ben conscio della sua fama di leader non manca di incitare il pubblico a “farsi sentire” per gli altri due componenti del trio, di altrettanta bravura, e per il cantautore statunitense che ha aperto il concerto, Brett Dennen, le cui ballad sentimentali pop/folk condite da un pizzico di country sono, come dicono gli anglofoni, “catchy” ovvero catturanti, una piacevole sorpresa.

John ringrazia, in un maccheronico italiano, e poi parla di persone, di oppressione, di diritti, ma non si fa politica sul palco, si parla alla gente, si parla con il cuore e soprattutto si parla di sogni, di fede, di libertà.
E quello che rimane, quando è tempo di lasciare il calore della platea è l’eco al microfono delle parole “Stay Brave,Yall, Dare” (Siate coraggiosi, tutti voi, osate).

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