[TERacconta] Dietro le quinte del PorrettaSoulFestival

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[TERacconta] Dietro le quinte del PorrettaSoulFestival


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Dal 17 al 20 luglio le note profonde della musica Soul hanno riecheggiato tra le valli dell’Appennino ToscoEmiliano, partendo dal piccolo cuore montanaro del paese di PorrettaTerme, creando un richiamo fortissimo che sfida da 27anni i limiti generazionali e geografici portando in Italia un pizzico di quella musica che ha fatto la storia nel sud degli Stati Uniti. Non potevamo mancare, ma la curiosità è andata oltre il piacere dello show, così abbiamo dato una sbirciatina nel backstage, e appostati sulle gradinate dell’arena Rufus Thomas Park abbiamo assistito al soundcheck degli artisti e ci siamo fatti raccontare dall’organizzatore, nonchè direttore artistico, Graziano Uliani gli ingranaggi che muovono da oltre un ventennio la vibrante realtà che è il PorrettaSoulFestival.

Incontriamo “Mister Graziano Uliani” come lo chiamano gli artisti, dalla strada al palco, con il marcato accento angloamericano, seduti ad un tavolino nella via maestra che attraversa il paese. Ci siamo dati appuntamento davanti ad una delle pasticcerie storiche dove ancora dietro nel retrobottega trovi il proprietario dai capelli color della farina. E questo è il sintomatico preludio di una conversazione che pitturerà di autentico il quadro sul Festival, ma anche sulla vita come viene intesa nei borghi arroccati e nascosti tra i monti e, ancora, svela la natura innocente e sincera della passione per una musica così onesta e spiazzante quale è il Soul.

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Disco di Otis Redding a cui è dedicato il tributo del PorrettaSoulFestival2014

Signor Uliani, partiamo dalle radici, come nasce il Porretta Soul Festival?
“Il Festival nasce da una mia passione per questa musica, da quando avevo la vostra età, anzi forse più giovane, in classifica c’erano i dischi di Aretha Franklin e Wilson Pickett. Poi sono cambiate le mode ma io ho continuato ad amare quel tipo di musica, per 20 anni è stata una passione latente poi per una serie di combinazioni incontrai nel dicembre dell’87 uno dei miei miti Solomon Burke, scendeva dalla macchina per andare a fare le prove, per catturare la sua attenzioni gli dissi “sono un tuo fan” ho fondato il Solomon Burke Fanclub, e durante il concerto mi ha chiamato sul palco presentandomi, così quando sono tornato a casa ho dovuto davvero fondare un’associazione per valorizzare il Rythm ‘n’ Blues in Italia.

Organizzai la prima edizione del Porretta Soul Festival sfruttando il fatto che Burke era venuto in Italia per andare da Arbore. L’associazione è cresciuta anche perchè io lavoravo in pubblicità e sono riuscito a promuoverla bene. Tanti di questi personaggi sono arrivati in Italia e addirittura in Europa per la prima volta, personaggi che erano dei miti, e adesso è la gente che da tutta Europa viene a Porretta perchè se non li vedi qui, non li vedi da nessuna parte, addirittura c’è qualcuno che viene dagli Stati Uniti perchè dice “come vediamo questi artisti a Porretta, non li vediamo in America

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Soundcheck dell’artista Jerry Jones

Passano in quel momento per strada alcuni membri della celebre Muscle Shoals All Star Band, con occhiali scuri e un incedere tranquillo, se non fosse per i pass plastificati che giondolano al collo li si potrebbe scambiare per semplici turisti. Salutano Graziano Uliani “Hey Ciao”, sorridono e si mescolano alla folla. “Questi sono dei miti” attacca subito Uliani, e un po’ gli brillano gli occhi “hanno suonato negli originali di Aretha Franklin, Wilson Pickett, Bob Dylan, Alicia Keys…i Rolling Stones andaranno giù a incidere Sticky Fingers nel ’72, si vedono nel film in circolazione sui Muscle Shoals, Mick Jagger, Keith Richards e Bono degli U2 che parlano di loro e si illuminano perchè in un luogo sfortunato e sperduto nell’Alabama, in mezzo a delle stazioni di benzina, c’è un posto dove sanno suonare delle robe mitiche.”
E il termine mito torna sempre in bocca al patron del Festival, tradendo una sentita emozione che nonostante si perpetui da decenni resta fresca e iconica come la prima volta, e le parole sembrano quelle spesso pronunciate dai ragazzini entusiasti davanti ai loro idoli per un autografo.

Questo è un po’ lo spirito del Porretta Soul Festival: proporre delle cose vere. “Un anno avevo ingaggiato Etta James ma poi si ammalò e cancello il tour così facemmo venire Chaka Kahn, ma il pubblico non rispose, metà della gente l’ultima sera andò via prima, perchè non è l’artista che piace a Porretta, qui vogliono vedere della gente ruspante, vera, non da grande pubblico, qui non vedrai mai un’artista troppo di massa.
Forse la fortuna del Festival è che non è il mio mestriere, altrimenti per fare cassetta avrei chiamato artisti popolari, ospiti italiani…qui è l’unico posto in cui l’artista italiano non è un valore aggiunto.”

Vuole parlarci della scelta degli artisti di questa edizione?
“Purtroppo c’è un fatto anagrafico, stanotte uno dei nostri miti James Govan, che è venuto ben 5 volte a Porretta, dal ’93 al ’97, amato dal pubblico, con una voce incredibile, ci ha lasciato, come l’altra settimana Bobby Womack. Purtroppo gli artisti che vengono a Porretta sono nati in una fascia che va dal 1939 al ’41 e hanno vissuto una vita sregolata… le nuove generazioni sono più rivolte al Rap e al Pop, non fanno del Soul vero come si fa nel sud degli USA, quindi la scelta è condizionata anche da questo fatto.
A noi di chiamare un artista che è nella hit parade non ci interessa perchè non è nelle corde di Porretta. In un contesto di Festival Europei che sono degli ipermercati, dove tu trovi lo stesso prodotto ovunque Porretta è diversa, la nostra è una bottega artigiana dove trovi dei prodotti di qualità, non sono a km zero, perchè sono a km 7000 dal Tennessee, però è questa la particolarità e il pubblico sa riconoscere le cose giuste, le cose buone.”

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Chilly Bill Rankin alle prove della canzone “I ‘ve been loving you too long”

Ha qualche aneddoto particolare tra i ricordi?
“Ce ne sono tanti. Per esempio la prima cosa che cercano gli americani: quando arrivano e vedono che gli alberghi non hanno l’aria condizionata diventano matti. A parte questo primo attimo di disperazione collettiva, quando si immergono nell’ambiente di Porretta, con l’aria pulita, si innamorano.
Ricordo la prima volta che Solomon Burke venne qui, lo portammo a dormire in un hotel che era nuovo, dove però avevano installato dei sanitari pensili, e lui pesava 240 kg…Un altro bel ricordo è di Rufus Thomas, stette qui 10 giorni nell’88, andavamo a mangiare a Castelluccio e venendo giù dalle curve della montagna mi chiese “Graziano, do you have good brakes?” (hai dei buoni freni?) perchè abituati alle strade americane è un’altra cosa”

Nel discorrere della memoria con salti temporali che si muovono in flashback e ironia quasi surreale Graziano Uliani si dice entusiasta del programma messo in piedi per la 27a edizione “abbiamo il meglio del meglio, artisti che hanno suonato con tutti i grandi del settore, che sono un esempio per tutti.”

Uliani ci lascia con questa frase: “Vedi qual è il vantaggio di Porretta? Qui dietro c’è il Rufus Thomas Park, esci e trovi l’artista al bar, puoi andare a prendere un gelato con lui, a mangiare con lui, non c’è dispersione e questo può succedere solo in un piccolo paese

Alta musica, forse non molto conosciuta o compresa, che riesce ad avere un palco in un micromondo che può fermarsi nel tempo e rimanere intatto ed eterno. Porretta si configura come la realtà scenica più adatta, malleabile, dai contorni sartoriali confezionata sul talento e l’unicità di musicisti che vivono la loro arte in un modo ormai quasi impossibile da trovare. E si percepisce chiaramente, fin dai primi accordi, dalle prime violente note, il sentimento con cui trasmettono l’anima di un genere musicale immortale.

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