[TERacconta] “Lo sguardo di Michelangelo. Antonioni e le arti” a Palazzo dei Diamanti

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[TERacconta] “Lo sguardo di Michelangelo. Antonioni e le arti” a Palazzo dei Diamanti


Tempo stimato di lettura: 5 minuti

Oggi vi raccontiamo una mostra che i veri appassionati di cinema e arte non possono perdere!
Fino al 9 giugno al Palazzo del Diamanti di Ferrara è in esposizione “Lo sguardo di Michelangelo. Antonioni e le arti“, una mostra che racconta la vita del grande regista ferrarese attraverso un continuo e suggestivo dialogo tra le sue opere e le altre arti.
Antonioni e le arti
Un evocativo racconto per immagini e parole, dove le sequenze dei suoi film più famosi e i suoi cortometraggi si intrecciano ad appunti e sceneggiature originali, libri e oggetti personali dell’artista, lettere di Antonioni e di altri illustri suoi contemporanei (dai grandi protagonisti del cinema come Visconti e Fellini, ad attori, artisti, scrittori con i quali egli intratteneva relazioni di amicizia o di collaborazione), fotografie di scena e del backstage, vinili con alcune canzoni utilizzate nei film, ritagli di articoli di giornale dell’epoca e recensioni, premi ai film e alla carriera. Tutti i materiali presenti i mostra provengono dal Fondo del Museo Michelangelo Antonioni delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara.

In mostra anche opere di Antonioni non appartenenti alla settima arte: egli infatti era un grande appassionato non solo di cinema, ma anche di disegno e pittura. In mostra ci sono alcuni suoi ritratti che raffigurano attori da lui amati (come il ritratto di Lucia Bosè con il magnifico vestito da sera di Cronaca di un amore), ma anche le sue opere ad acquarello e i suoi ingrandimenti fotografici.

A tutto questo sono affiancate le opere degli artisti che lo hanno ispirato e che egli ha a sua volta influenzato: Rothko e Pollock (con i quali intratteneva anche una relazione di conoscenza e amicizia), Morandi e De Chirico, Burri e Vedova. Antonioni stesso era un appassionato collezionista di arte contemporanea e alcune delle opere in mostra provengono dalla sua collezione personale.

Seguiteci in questo nostro racconto, dove vogliamo condividere ciò che abbiamo imparato e proviamo a fornirvi la chiave di lettura di questo interessante percorso espositivo (ndr: i testi tra virgolette sono liberamente tratti dalla guida alla mostra, a cura di Dominique Paini).

La prima sala, “Nebbie”, vuole evocare i paesaggi nei quali il regista è cresciuto, come la nebbia della Val Padana, tema che ricorre frequentemente anche nei suoi film. In questa sala si possono vedere materiali che hanno caratterizzato i primi anni della sua carriera (come una intervista a Vittoria De Sica pubblicata sulla Rivista di Ferrara nel 1934) e il suo rapporto con l’amico Giorgio Bassani, con il quale condivideva la passione per la letteratura e il tennis. Su una parete troviamo anche una parte della sua vasta collezione di cartoline d’epoca, prevalentemente ritratti di attori e attrici di cinema, che egli ha raccolto durante tutto il corso della sua vita, a testimonianza della sua innata passione per il mondo del cinema.

La seconda sala, “Deserti”, è dedicata ad un altro tema ricorrente di Antonioni: i paesaggi polverosi e aridi del deserto. Essi rappresentano l’emblema della sua metafisica dell’assenza: il regista “attraverso l’eliminazione dei punti di riferimento” vuole comunicare anche “la perdita dei riferimenti sociali e morali […] e la perdita di sè”. In questa sala vengono proiettate a rotazione le scene clou di Zabriskie Point e Professione: Reporter. In entrambi i film infatti il deserto, rispettivamente quello americano e quello africano, è il vero protagonista. Inoltre si possono osservare alcuni documenti legati ai due film e una serie di foto di scena scattate dal fotografo della Magnum Bruce Davidson; tra queste è possibile cogliere la diretta relazione tra una scena di Zabriskie Point (la scena immaginaria in cui innumerevoli coppie amoreggiano nel deserto) con il quadro di Mario Schifano Tutti morti, dello stesso anno (1970). Un’altra importate relazione è osservabile tra il quadro di Pollock Watery Paths e la memorabile scena finale dell’esplosione in Zabriskie Point sulle note della canzone Come in #51, Your Time Is Up dei Pink Floyd.

Dopo queste due prime sale, il racconto espositivo si fa cronologico.
Le sale III e IV sono dedicate alla “Realtà”. Come molti registi, Antonioni inizia la sua carriera con il cortometraggio documentario, “strumento per evidenziare le contraddizioni della società contemporanea”. In questi anni egli è profondamente influenzato dalle prime opere di Luchino Visconti. Il poetico Gente del Po (1943-1947) documenta con triste realismo la dura esistenza dei contadini nella pianura padana, proprio nei luoghi dove Visconti gira negli stessi anni Ossessione (storia di una grande passione, film convenzionalmente ritenuto come l’opera prima del cinema neorealista italiano).

Nei film della prima metà degli anni ’50 Antonioni “punta su una fotografia a forti contrasti bianconeri, in linea con l’aspra critica della mondanità nichilista della borghesia del dopoguerra”. Di questi anni sono Le amiche, tratto dal romanzo breve Tra donne sole (nella raccolta La bella estate) di Cesare Pavese, e La signora senza camelie, “uno sguardo spietato sul mondo del cinema, considerato la versione antonioniana del Bellissima di Visconti”.

La quinta sala è un omaggio ad un’icona del cinema di Antonioni, Lucia Bosè, una donna, citando le parole dell’artista, “così bella e affascinante” che “era impossibile non innamorarsene”. A lei è dedicata una video-installazione dell’artista francese Alain Fleischer, montaggio di fotografie del Fondo Antonioni scattate durante le riprese di Cronaca di un amoreLa signora senza camelie.

La sesta sala, “Scomparse”, è dedicata alla trilogia in bianco e neroL’avventura (1960), La notte (1961) e L’eclisse (1962). Sono gli anni della prima maturità del regista. Le scenografie quasi metafisiche di questi film “in cui le architetture rigide e sospese sottolineano l’omologazione sociale degli anni del boom economico e ricordano i paesaggi urbani di De Chirico, le nature morte di Giorgio Morandi, le visioni disumanizzate di Mario Sironi“.

La settimana sala è un omaggio ad un’altra grande icona del cinema di Antonioni, Monica Vitti, un’attrice , citando ancora le parole dell’artista, “straordinariamente espressiva, in possesso di una tecnica straordinaria ma priva di quegli atteggiamenti che si suol dire teatrali”. Qui sono proiettati, per la prima volta, i provini realizzati per Il deserto rosso, durante i quali il regista “gioca con abiti, acconciature e fondali, guidando l’attrice attraverso innumerevoli metamorfosi”.

L’ottava sala è chiamata “I colori del mondo e dei sentimenti”: in questa sezione della mostra protagonista è la sperimentazione cromatico-narrativa del regista, il cui capolavoro è Il deserto rosso. In questo film Antonioni fa dipingere appositamente muri ed elementi del set per sottolineare i contrasti espressivi.

La nona sala, “Simulazioni”, è dedicata al periodo della metà degli anni ’60, anni in cui esplode “la cultura pop e psichedelica della musica rock, e la pubblicità e la moda hanno un’influenza sempre maggiore sulla vita quotidiana”. In questi anni il regista, giunto alla sua piena maturità, lascia l’Italia per la Swinging London, dove ambienta uno dei suoi grandi capolavori: Blow Up (tratto dal racconto di Julio Cortazar La bava del diavolo). “Ai primi piani dei film precedenti si sostituiscono i negativi delle fotografie scattate con il grandangolo; l’interesse per i tormenti della coscienza lascia il posto all’interesse per i movimenti del corpo […] La plasticità fotografica è al servizio del cinema”. (Nota: passando da un’ala all’altra del Palazzo dei Diamanti, nel parco interno è ricostruito il campo da tennis virtuale di Blow Up).

La decima sala, “Le montagne incantate”, evidenzia il rapporto tra Antonioni e l’arte pittorica. Qui si può osservare come, da piccolissime opere ad acquarello, l’artista realizzasse enormi ingrandimenti fotografici (ancora l’ “ossessione per il blow up”) che diventano paesaggi onirici: montagne, rocce, deserti..tutti quei paesaggi naturali che ritornano anche nei suoi film (le rocce vulcaniche di Lisca Bianca nelle Eolie – set di L’avventura -, i deserti montuosi di Zabriskie Point).

Nell’undicesima sala, “Altrove”, il ritorno di Antonioni al cinema documentario. A trent’anni di distanza da Gente del Po, il regista è ora affascinato dalle civiltà lontane. Nel 1972 in Chung Kuo cattura senza giudizi politici la vita e le abitudini della popolazione cinese durante gli anni della rivoluzione culturale cinese, soffermandosi sui volti e gli sguardi degli abitanti: un documentario prima richiesto e poi censurato dall’autorità cinese. Del 1977 è invece Kumbha Mela, nel quale il regista immortala una delle più importanti e partecipate cerimonie religiose indiane, che si svolge ogni 12 anni nel luogo sacro in cui confluiscono i fiumi Gange, Jamuna e Saraswati.

La dodicesima e ultima sala, “Identificazione di un maestro”, è un omaggio complessivo alla figura e alla carriera del regista. Qui, oltre a opere e sequenze di film, troviamo  alcuni dei premi attribuiti al regista, come il Leone d’Oro del 1964 per Il deserto rosso, la Palma d’oro del 1967 per Blow Up, il Leone d’Oro alla Carriera del 1983, l’Oscar alla Carriera del 1995.

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Antonioni

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Social Media Manager per @inEmiliaRomagna e mamma a tempo pieno.
Amo viaggiare, sia fisicamente che con la fantasia, grazie a film e libri, e celebro ogni giorno con un sorriso.

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