[PersonalitER Giorgio Armani] Candeline alla corte di Re Giorgio: 80 anni di mito made-in-Italy

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[PersonalitER Giorgio Armani] Candeline alla corte di Re Giorgio: 80 anni di mito made-in-Italy


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“Elimino le differenze tra uomo e donna. Ho dato all’uomo la scioltezza, la flessuosità, la morbidezza della donna. E alla donna il comfort, l’eleganza dell’uomo” (dall’intervista a La Stampa, giugno 1994)

Prima del mito, prima della corona nel reame della moda, chi era Giorgio Armani? E chi è adesso, all’alba degli 80 anni, un tragitto corso da maratoneta, tra scatti di innovazione stilistica, la cui cifra di unicità ha spiazzato e ribaltato non solo l’industria del fashion, ma l’estetica culturale, consacrando nel firmamento elitario dell’alta moda il Made in Italy, fino a quel momento appalto elitario francese. Oggi celebriamo Giorgio Armani, stilista, imprenditore, genio creativo e soprattutto personaggio. Andiamo alla scoperta dell’uomo della destrutturazione sulle onde morbide di seta e spilli.

Giorgio nasce a Piacenza, l’11 luglio del 1934, in un ambiente familiare molto unito e di estrazione piccolo borghese: il padre era un impiegato amministrativo mentre la madre casalinga proveniva da una famiglia di mobilieri piacentini.
E’ ancora lontano del titolo di Re Giorgio, dall’industria e i suoi circensi giochi di paillettes.
Difficile immaginarselo bambino, il portamento sicuro, gli occhi di ghiaccio, lo sguardo profondo e distante, lo stesso che ha rischiato, in un incidente all’età di 9 anni, di compromettere, costringendolo 40 giorni in ospedale e pizzicando l’ambizione nel suo incoscio ancora infantile.
L’infanzia è segnata dagli affetti, dal calore familiare, da un fratello più alto e più bello, come lui stesso ammise e scorre serena tra la campagna e gli sguardi genuini delle persone semplici, un ricordo che non abbandona Armani, nella sua crescita, nel contrasto duro con la vita fredda e frenetica della metropoli, che affronterà con un secco strappo dalla materna città natale all’età di 16 anni per il trasferimento a Milano.
Gli anni milanesi sono decisivi, dapprima si iscrive all’università di medicina, rincorrendo un sogno romantico da medico bucolico ma poi abbandona e inizia la formazione alla Rinascente, vetrinista e assistente fotografo, la scuola pratica insegna a Giorgio le basi del mercato, i meccanismi di questa industria patinata e spietata ma soprattutto la conoscenza dei tessuti, i cui fili tessiranno la sua ascesa. La svolta arriva nel ’64 con la proposta lavorativa di Nino Cerruti. Dal ’73 inizia a scalare le pendici dell’Olimpo fashion con l’amico Galeotti segnando collaborazioni freelance di successo fino al lancio della sua prima collezione di prêt-à-porter maschile e femminile il 24 luglio 1975, l’anno seguente a Firenze porta in passerella la celeberrima giacca destrutturata.

Il capo feticcio dello stilista, ciò su cui ha desiderato cucire la sua firma per primo, è appunto la giacca, o blazer, in gergo internazionale, il pezzo di abbigliamento per eccellenza maschile. Eppure questo appalto paterno e sessista non ha futuro poichè le mani di Giorgio Armani ne ridisegnano i contorni, ammorbidendo, tagliando, togliendo, svuotando.
Eviscera e ricostruisce un tipo di giacca rilassata, informale e meno rigorosa che lascia intuire il corpo e la sensualità in entrambe le direzioni di genere. Offrendo quella che nel boom degli anni ’80 diverrà l’armatura della donna in carriera e svelando nell’uomo un coraggioso e avanguardistico stile metrosexual, inusuale, efebico eppure saturo di una sensualità prepotente e altra.
Il gioco con i codici estetici di Armani segna la cultura del bello, in anni di rivoluzioni stilistiche che si susseguono burrascosamente con tendenze prezzemoline, ribelli, giovanili in distacco dai primi anni elitari della “Fine Italian Hand” (siamo nel ’47 quando i magazine internazionali di settore utilizzano questo termine per il nuovo interesse verso l’eccellenza italiana)
Scevro dai supporti interni di imbottiture e controfedere trasforma le proporzioni classiche astraendo gli elementi superflui, che imbrigliano l’espressione fisica e costringono ad una rigidità che non gli appartiene. Da non confondere con il tratto distintivo della sua eleganza, ovvero quel rigore che è fulcro solenne della pulizia nel disegno e nella confezione sartoriale.
I suoi vestiti sono contrassegnati dalla semplicità, dall’accostamento inconsueto di tessuti e materiali e dal monocromatismo prediligendo le tonalità neutre e fredde dal grigio al beige, da cui esce il grège (termine francese la cui etimologia deriva però dall’italiano “greggia”, legato alla tipica colorazione della seta grezza)

La classe è disinibita perchè non va più a cercare lo status conferito dall’abito eccessivamente impreziosito, la donna di Armani ha lo stile aristocratico nel sangue, valorizzato da un abbigliamento fluido a sottolineare la finezza che fu del cinema anni ’20 – ’30, ispirazione iconografica dell’intero mondo Armani, il cui fascino esercita una potente influenza sull’estetica del tempo con l’occhio al passato, ad una grazia perduta, abbandonando la vanitas del lusso straviziato.

Raffinatezza e arte, le impronte sartoriali di Armani conferiscono un’aura di autorevolezza, espressione di una genialità che si esprime decisa, precisa e controcorrente e gli vale riconoscimenti internazionli tra cui il Neiman Marcus Fashion Award (1979) e la copertina del settimanale Times nel 1982.

Simbolo del gusto misurato, che non rinuncia ad un erotismo delicato inizia le collaborazioni con il mondo del cinema, ricordiamo Richard Gere nella pellicola dell’80 “American Gigolo” e il cult dei selvaggi anni ’30 nella Chicago proibizionista de “Gli Intoccabili” (Brian DePalma 1987)passando dai costumi per teatro, opera, balletto alle più recenti relazioni con la musica.

“La perfezione è uno stato mentale. Perché rinunciarci?” (dall’intervista a MarieClaire, luglio 2013)

Tirando le fila sull’impressione visiva la sensazione è pulizia, essenzialità, per Armani il lusso è un ossimoro di privazione del capriccio, la regola è togliere, non aggiungere.
Ci perdiamo in giochi di morbidezza, quasi a stare sotto neboluse forme di etereo ed eterno, niente violenza cromatica esplosiva, l’eleganza firmata da Giorgio porta sempre la scia profumata del divismo cinematografico dei cosiddetti anni d’oro di Hollywood, della capacità del bianco e nero di rendere memorabili le donne, esaltarne la bellezza e la particolarità, darne carattere.
L’androginia che fagocita i confini di mascolità e femminilità, contaminando tra le fibre dei tessuti la sessualità in un fluire lineare di pieghe e pince.

“Lo status di icona può essere come un paio di manette, specialmente se, come me, si desidera continuamente allungarsi creativamente, come ha fatto Warhol” (dall’intervista sull’incontro con Andy Warhol in Inteview Magazine)

Ricostruendo in grandi bocconi la storia del mito resta il mistero dell’uomo, la cui ambizione è esplicita quanto l’attitudine al perfezionismo, un ritratto leggero è possibile, un tentativo di penetrare l’algido sguardo, di trovare sotto la lente le fibre tessili della persona oltre il personaggio. Ma Giorgio Armani non è permeabile, chi lo ha conosciuto ne parla come di un uomo intelligente, affamato di cultura e discreto. A noi resta un fotogramma simile alla pellicola immortale del cinema a lui tanto caro, di un re e del peso della sua corona alla inarrestabile estensione dei confini creativi.

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