[Parlami di tER #92] Dolcetarlo

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[Parlami di tER #92] Dolcetarlo


Tempo stimato di lettura: 4 minuti

Parlami di tER è una serie di racconti dell’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da donne e uomini che son nati, vivono o semplicemente si sono innamorati di questa singolare, bellissima, terra con l’anima. PS: Se vuoi raccontare l’Emilia- Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuto. Basta una mail a  <turismoemiliaromagna[at]gmail.com> o un commento qui sotto! 

Oh sì, lo so. Vi sembrerà di perdervi, guidando per le stradine della campagna di San Possidonio. Perché per il paese mica ci passate.
Proseguite lungo questi sentieri asfaltati, col verde che vi punge gli occhi da quanto è verde. Possibilmente col finestrino abbassato e l’aria fresca ma non troppo che vi accarezza il braccio sinistro. Perché quando si guida fuori dal caos cittadino è proprio così che si sta: il braccio fuori, gli occhiali da sole, la musica giusta. Possibilmente, il sole. Anche se questa primavera ce lo ha davvero centellinato, lasciando spazio a un tempo matto.
E passate un boschetto, con questa griglia di alberi con tronco e fronde così perfetti che pensate wow, la Natura è davvero un architetto eccellente. E qualche campo, coi contadini a bordo dei loro trattori rossi. Chissà perché i trattori sono quasi sempre rossi.
E qualche casa che casa non è più, dopo il terremoto. Galli e galline nel cortile. I più temerari sostano sul ciglio della strada e non accennano a spostarsi, al vostro passaggio.
E ad un certo punto quasi vi chiedete se non sia davvero il caso di ritornare indietro, perché il campanile della Chiesa, da sempre un faro nella notte per chi guida in campagna, mica si vede. Forse sarebbe una buona idea chiedere a una delle tante massaie che avete incontrato lungo il percorso. Un grande grembiule fiorito che lascia intravedere la gonna rigorosamente al ginocchio. Stivali di gomma infangati. Una maglia a maniche corte, indipendentemente dalla stagione. Sono sempre tutte uguali, le massaie emiliane.
E invece no. Proseguite, fiduciosi. E quando meno ve lo aspettate, troverete un’insegna in legno, con incise tre parole: Il dolce tarlo.
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Franco e Lisa vivono qui.
Io li chiamo i miei amici del terremoto.
Li ho conosciuti quasi per caso proprio un anno fa, nel pieno dell’emergenza dopo la tragedia che ha colpito la mia terra.
Perché è proprio mentre cammini in una palude, facendo bene attenzione a dove metti i piedi, con lo sguardo un po’ perso di chi sa non potrà mai aspettarsi chissà quale sorpresa fra zolle di terra ed erbacce, che inaspettatamente scorgi un bagliore in lontananza e no, non è uno strano gioco di luce dettato dal sole e dalla rugiada. E’ un diamante.
Il dolce tarlo è un piccolo diamante, che non ha mai smesso di brillare. Nemmeno per un momento.
Io gliel’avevo promesso, che sarei tornata a trovarli.
Insieme, una mattina di qualche settimana fa, li aspettiamo.
Hanno dieci anni e sono una trentina.
Arrivano dalla loro scuola elementare, in bicicletta e scortati da due vigili urbani, per le stradine del paese. Come solo potrebbe accadere in una puntata di Pippi Calzelunghe. Impensabile, per un bambino di città.
Sono qui perché Franco è un grande amico dei bambini.
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Arriva da Varese tanti anni fa ormai, col sogno di vivere in campagna e cambiare vita. Qui, nel suo piccolo paradiso, alleva le sue api e lavora il legno: costruisce anche giocattoli per bambini.
Oggi i bimbi sono venuti per assistere a una sua lezione sul lavoro dell’apicoltore, su come amare e rispettare la natura e i suoi abitanti.Eccoli tutti diligentemente seduti, pronti a prendere appunti e a fare domande.
Franco racconta che lo scrittore Terzani aveva un albero con gli occhi, col quale amava parlare. “La natura ci è amica e noi dobbiamo rispettarla. Viverci e amarla, come facevano i vostri nonni e bisnonni. Senza di essa, senza i suoi abitanti, noi non avremmo niente”.
Franco nel suo piccolo fa tantissimo. Accoglie i bambini delle scuole e dei centri estivi, fa conoscere loro le sue api e racconta di come si arriva al vasetto di miele che troviamo negli scaffali dei negozi. Gli insegna a costruire Pinocchio, con le loro manine. A curare un orto.
dolcetarlo3 “Qual è la cosa alla quale tenete di più, a casa vostra?” Chiede Franco.
“La mia playstation”.
“I miei soldatini”.
“La Barbie”.
Oddio, non c’è speranza, penso io.
E invece, una manina si alza per poter dire
“Il mio cane”
Alla fine della lezione, Elisa offre a tutti il suo strudel fatto in casa.
Ascolto incuriosita i discorsi fra alcuni bambini.“Chissà se in un alveare può esserci più di un’ape regina”
“Sarebbe bello se potessero incontrarsi e far festa”
“Oh sì. Una festa di api regine”
“Wow, una festa di regine deve essere per forza fan-ta-sti-ca”
Il tempo passa sempre troppo velocemente quando ci si diverte ed è ora di inforcare le biciclette per pedalare verso la scuola.dolcetarlo2 Franco saluta, con la sua maglietta di Guccini “mi piace far canzoni, bere vino. Mi piace far casino”.
“Speriamo non si dimentichino dei miei insegnamenti”, mi dice.
A me piace immaginare Sofia, Andrea, Giovanni, Marta, come gli adulti di un domani neanche troppo lontano che parleranno col loro albero dagli occhi azzurri, abbracciandolo.
Che penseranno a un party fra api regine, sorridendo al pensiero di quella mattina un po’ speciale in campagna.
Che alla domanda qual è la cosa più preziosa che hai lasciato a casa oggi, non risponderanno l’Ipad, o l’orologio. Bensì il mio cane.
E io ne sono certa.
Che nella vita basta saper cercare.
Per trovare, quando meno te lo aspetti, in una palude di case pericolanti, strade che sembrano perdersi, dubbi e incertezze, un bellissimo diamante.

Francesca Rabitti nasce e cresce a Modena dove attualmente vive, dopo una parentesi milanese. Interprete e traduttrice, ha un blog dove raccoglie I suoi pensieri semiseri da un anno ormai. Scrive per l’organizzazione internazionale no profit Shoot4Change. Ama leggere, scrivere, viaggiare, comperare scarpe, andare a New York, mangiare cioccolata, dormire. Non necessariamente in quest’ordine.

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