[Parlami di tER #91] Diario di viaggio: in bici nel piacentino per sentirsi emiliano nel cuore

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[Parlami di tER #91] Diario di viaggio: in bici nel piacentino per sentirsi emiliano nel cuore


Tempo stimato di lettura: 3 minuti

Parlami di tER è una serie di racconti dell’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da donne e uomini che son nati, vivono o semplicemente si sono innamorati di questa singolare, bellissima, terra con l’anima. PS: Se vuoi raccontare l’Emilia- Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuto. Basta una mail a  <turismoemiliaromagna[at]gmail.com> o un commento qui sotto! 

Quella domenica non ne potevo più del ragù. Nonna Lucia ci infilò di mezzo i tortellini perché sapeva che li adoravo. E poi aggiunse: “Visto che ti piacciono tanto, da grande trova una bella fidanzata emiliana”. A parte la cotta per una piacentina ai tempi de liceo, per cui stavo scappando da Napoli in vespa per raggiungerla, la passione per l’Emilia-Romagna è rimasta intatta. Sarà che in questi posti e tra questa gente ritrovo riverberi del mio Sud, ci sono tornato in bicicletta per attraversare l’anima di una zolla del piacentino.

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Pedalando da Piacenza in una domenica mattina, mi fermo sugli argini del Po. Lo confesso: questo fiume mi fa battere il cuore. Mia mamma me lo fece attraversare in terza elementare con l’indice sul sussidiario. E la voce del fiume mi porta ad incrociare la spiritualità naif del pittore Ligabue. La pedalata parte da qui lungo una ciclabile che si spinge fino a S. Antonio. Piccoli e grandi sulle due ruote, scambi di sorrisi, il vento tra i capelli, niente assilli del navigatore, in un 2 giugno che sembra finalmente aver riportato l’estate. Raggiro il traffico della via Emilia perdendomi tra le campagne, pedalando senza sosta fino ad una ciclabile che mi porta su un ponte di cemento che affaccia sul Trebbia. Neanche il tempo di lanciare su Twitter uno scatto fotografico e mi accorgo che sono in tanti a seguirmi in questo incredibile viaggio “social”.

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La corrente del fiume mi indica una vecchia fattoria e da lì filo diritto fino a San Nicolò. Lo stomaco brontola, ma mi tocca resistere in sella fino a Rottofreno. Al semaforo incontro Claudia, una ragazza che mi suggerisce di allungarmi di tre chilometri fino alla località Centora. Avvisto l’antica trattoria Braghieri e lo stomaco fa festa. Mai cantar vittoria in anticipo. L’orologio segna l’una e mezza, i piacentini sono a tavola e non c’è posto. Digiuno? Non ci penso proprio. Insisto, lego ad un palo la bicicletta e mi piazzano in un angolino. Il palato viaggia tra tortelli di ricotta e spinaci, stracotto d’asino con patate e un buon tiramisù fatto in casa. Tra una forchettata e l’altra osservo gli altri commensali, inciampo in un bastone di un anziano e ripenso a mio nonno Pietro.
Riuscirò mai  a riprendere la pedalata dopo queste portate? A pochi passi da lì mi fermo in silenzio davanti alla chiesetta della Madonna della Neve. C’è un vecchio che fuma su un sasso. Scambiamo quattro chiacchiere. Sono in aperta campagna, mi sembra di essere finito nel mio Sud e tra le pagine del mio romanzo “L’ultima neve alla masseria”. Il viaggio continua da Campremoldo Sotto fino giù al Tidone, sotto il sole cocente all’insegna di una tintarella da 30 gradi.

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Borgonovo è ancora distante, mi smarrisco tra le cascine che intonano il legame alla terra delle mie masserie meridionali, finisco in un fienile, quasi fosse una sequenza di “Peppone & Don Camillo”. Sono stanco. Mi stendo sull’erba e mi godo il passeggio delle nuvole, che prendono la forma del volto  di Giuseppe Verdi, un emiliano che ascolto frequentemente, perché mi sento libero sulle note del “Va’ pensiero”. Riprendo, in mezzo ai campi ci sono i contadini e i campanili mi indicano la strada. A Borgonovo, in centro, c’è una festicciola tra bancarelle, animazione e i bambini giocosi che vivono a pieno “il dì di festa”. Un caffè lungo in un baretto del corso principale e poi diritto sulla ciclabile fino a Castel San Giovanni. Per fortuna è tutta in discesa, la fatica si sente meno.

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Nella piazza del paesotto piacentino ripenso a nonna Lucia e al suo ragù infilato tra i tortellini di cui scrivevo all’inizio. Il vero viaggiatore non è prigioniero del campanilismo regionale, ma assorbe nell’anima la bellezza di qualsiasi posto. Sono un napoletano dal cuore a forma d’Emilia-Romagna? Non c’è nulla di strano. In questi posti mi sento a casa. Dopo una quarantina di chilometri in bici, me la merito sì o no la “cittadinanza onoraria” emiliana?

Rosario Pipolo (www.rosariopipolo.it / @rosariopipolo)

Giornalista, blogger e social media specialist, è nato a Napoli nel 1973. Con una laurea con lode in Lingue straniere alla Federico II di Napoli ha collaborato con Il Golfo, il Tempo, Il Giornale, Tele+ e Videomusic. A Milano dal 2002 è stato editor per Lavazza, Mediadigit, Sole 24 Ore, De Agostini e direttore responsabile di Milanodabere.it. Dal 2009 è alla comunicazione digitale di Europ Assistance Italia. Ha pubblicato un saggio su Harold Pinter (Napoli, 1999) e il romanzo “L’ultima neve alla masseria” (Teramo, 2012).
Il suo legame all’Emilia-Romagna ritorna anche nel lavoro: nel 2000 ha presentato al Festival del Cinema di Venezia il progetto “Fellini 2000”, omaggio al cineasta riminese in collaborazione con Mediaset e Fondazione Fellini. Ha intervistato, tra gli altri, tanti emiliani famosi tra cui Lucio Dalla, Zucchero, Milva, Gianni Morandi, Bernardo e Giuseppe Bertolucci, Isabella Ferrari, Pupi Avati e Arnoldo Foà.

Trovate queste e altre foto del viaggio sul profilo Instagram di Rosario.

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