[Parlami di tER #69] In una mattina d’autunno

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[Parlami di tER #69] In una mattina d’autunno


Tempo stimato di lettura: 4 minuti

Parlami di tER è una serie di racconti dell’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da donne e uomini che son nati, vivono o semplicemente si sono innamorati di questa singolare, bellissima, terra con l’anima. PS: Se vuoi raccontare l’Emilia- Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuta/o. Basta una mail a  <turismoemiliaromagna[at]gmail.com> o un commento qui sotto!

Quando mi è stato proposto di scrivere un pezzo sull’Emilia Romagna ho subito pensato che negli ultimi mesi avevo scritto davvero tantissimo sulla mia terra. Un po’ per il mio blog, un po’ per Shoot4Change, una meravigliosa organizzazione no profit che dopo il terremoto che ci ha colpiti lo scorso maggio ha fondato shoot4emilia, dove vengono raccolte le belle storie di ricostruzione, quelle che rimangono un po’ in penombra e nessuno probabilmente racconterebbe mai. Le piccole storie che in realtà nascondono grandi tesori.

Ho scritto tanto, sì, senza mai però parlare dei miei  luoghi.

Oggi sono principalmente una donna di città cresciuta però in campagna, dove ho passato cinque mesi all’anno fino all’adolescenza. Qui hanno radici forti i miei ricordi più belli e qui, solo qui, sento ci siano davvero le mie radici. Ritorno puntualmente ogni estate nella casa che ha visto crescere mia madre e mia zia e nascere prima me, poi mia sorella e infine mia figlia.

Credo che dare la possibilità a un bambino di stare a contatto con la terra nel senso stretto del termine sia davvero uno dei più grandi regali gli si possa fare. La campagna in primavera, estate e inizio autunno è stato tutto il mio mondo per tanti anni, amavo correre scalza per sentire il fresco dell’erba appena innaffiata, gli aghi di pino pungermi le piante dei piedi, le foglie secche farmi il solletico. Io ero una di quelle bambine che la mattina si svegliava sentendo il canto del gallo e chiamava il suo pastore tedesco a letto con sé per fargli una coccola prima di iniziare la giornata.

Mettevo il grembiulino “da grande” e andavo a vedere se le galline ci avevano regalato uova fresche, non senza fare una capatina nell’orto per raccogliere pomodori e zucchine che riponevo diligentemente in un cestino e portavo in cucina. Sono gesti che un bambino di città vede fare con occhi sognanti probabilmente solo da personaggi dei cartoni animati. Io li compivo davvero.

Aiutavo la mia nonna a preparare la conserva di pomodoro: si schiacciavano con le mani i pomodori per dividere la pelle dalla polpa e con l’aiuto di uno scolapasta si passava la “parte buona” nei vasetti. Alcune ore di cottura a bagnomaria e si poteva gustare un sugo da favola. E poi la pasta fatta  mano, davvero a mano, con le uova di giornata. Il brodo per i tortellini, anche se era ferragosto.

Il trattore è stato il primo veicolo che ho guidato, alto e di un rosso acceso, col suo rumore assordante e ripetitivo mi faceva sentire importante.

Quando c’erano gli innaffiatoi accesi, amavo correre sotto agli spruzzi d’acqua, tornare a casa bagnata fradicia e ricoperta di acqua, erba e terra.

Il mio albero preferito, sul quale amavo arrampicarmi e dove sognavo di poter vivere dentro ad una casetta di legno sospesa. Lui è ancora lì, fiero, stagione dopo stagione.

La mia casa, la mia campagna, sta vedendo crescere mia figlia, in estate. E tutto ciò che mi ha regalato in tanti anni io non l’ho mai scordato. Ne ho fatto tesoro per tramandarlo a lei.

E’ un luogo fermo nel tempo, rimasto immutato negli anni in tutti i suoi particolari, che aspetta con trepidazione la primavera per vederci tornare. Però, devo confessarvi un segreto: ogni tanto torno là nelle giornate d’autunno e d’inverno, da sola.

La mia casa, la mia campagna, dista appena 15 km dal centro di Modena e per raggiungerla basta percorrere una piccola stradina, una laterale della importante via Giardini che porta verso Formigine e Sassuolo, per ritrovarsi nel giro di pochissimi minuti in un altro mondo fatto di campi arati, vigneti, vecchi fienili e case coloniche ristrutturate.

Novembre. Mattina presto. Eccomi in macchina, con la reflex al mio fianco. Sto guidando proprio verso il mio paradiso che sorge in un piccolo paesino vicino alla famosa Maranello chiamato Montale Rangone, che negli anni è cresciuto senza mai dimenticare il suo passato. Gli angoli di una volta con le botteghe storiche, la chiesa, il campetto parrocchiale, la pista ciclabile sono ancora lì, punti di riferimento insostituibili.

Questo è il segreto della mia campagna autunnale. Seguitemi,  non prima di aver indossato gli stivali di gomma.

Ci sono giorni in cui la nebbiolina bassa non ti abbandona nemmeno per un istante. Sembra nascere dalla terra senza mai dissolversi completamente per poi diventare una cosa sola col bianco del cielo e per un emiliano doc le giornate così sono una vera certezza, come il panettone a natale.

Alberi spogli, alberi sempreverdi, alberi dalle foglie gialle e viola. Passeggiando con il naso all’insù il panorama cambia incredibilmente quasi ad ogni passo.

Manto erboso, manto ricoperto di foglie gialle, bianche e umidicce, marroni e secche, aghi di pino e castagne. Anche il tappeto sopra al quale cammino ha una ricchezza di colori e tonalità che credo solo l’autunno possa regalarci.

Piante di limone, arancio e melo.

Il cielo bianco, la nebbiolina fine mista a umidità cristallizzano il paesaggio in tanti fotogrammi che difficilmente scorderai. Perché memory is life, no? Il ricordo è vita. Tutto dorme. Il trattore rosso (sì, sempre lui) riposa nel garage, di fianco alla cassettiera in legno che custodisce tutti gli attrezzi necessari per la vita nei campi.

Siamo proprio parte di una fiaba che sa parlarti al cuore. Che d’estate accoglie le cicale nei caldi pomeriggi di sole, le lucciole e i rospi di notte. Non nego di aver sperato di vederne uno trasformarsi in principe azzurro, molte volte.

Con l’arrivo del primo vero freddo tutto scompare, tutto tace. E camminare sentendo solo il rumore dei tuoi passi ti fa sentire davvero parte della magia.

C’era una volta….

Il roseto, che a maggio è un’esplosione di giallo, rosa, rosso e bianco ora aspetta, paziente, il risveglio.

Ecco, siamo arrivati alla fine del nostro piccolo viaggio. Vi ho portato a conoscere uno scorcio della mia Emilia, quello al quale sono più affezionata.

Gli stivali potete riporli lì, accanto a quel vecchio baule verde.

Mi raccomando, ssshhhhht. Non dite a nessuno che siete stati qui, nel mio mondo incantato. Questo, sarà il nostro segreto.

Francesca Rabitti nasce e cresce a Modena dove attualmente vive, dopo una parentesi milanese. Interprete e traduttrice, ha un blog dove raccoglie I suoi pensieri semiseri da un anno ormai. Scrive per l’organizzazione internazionale no profit Shoot4Change. Ama leggere, scrivere, viaggiare, comperare scarpe, andare a New York, mangiare cioccolata, dormire. Non necessariamente in quest’ordine.

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2 commenti

  1. Maurizio

    Ciao Francesca, grazie per quanto scrivi e pubblichi ! Mi sono trasferito da poco dall Italia alla California . Sono qui perche’ ero ( tristemente ) stanco dell’ Italia, dove sono nato e dove ho vissuto per piu’ di cinquant’ anni , a Bologna e sui colli e nelle campagne Emiliane che ho sempre preferito rispetto alla citta’ . Quei colori , quelle immagini e le tue parole mi hanno fatto risentire quello che nessuno qui’ , nonostante uno ci possa provare, riuscira’ mai a capire. Solo noi possiamo capire cosa vuol dire camminare in autunno in una giornata di foschia con gli stivaloni sulle foglie ormai come un tappeto su quella brina del mattino . Che odori si risvegliano e che ricordi . Ciao grazie , Maurizio

  2. Francesca

    Grazie a te Maurizio per il tuo bellissimo commento. Hai proprio ragione: cresciamo, viaggiamo, ci trasferiamo, ma l’emozione di certi ricordi ci accompagnerà per sempre, commuovendoci ogniqualvolta ci ritorneranno alla mente con un racconto, una foto, un sapore.

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