[Parlami di tER #40] Il persico sole della Bassa Reggiana… di una volta

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[Parlami di tER #40] Il persico sole della Bassa Reggiana… di una volta


Tempo stimato di lettura: 3 minuti

Parlami di tER è una serie di racconti dell’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da donne e uomini che son nati, vivono o semplicemente si sono innamorati di questa singolare, bellissima, terra con l’anima

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Questa mattina d’autunno è uno di quei giorni che mi mette tristezza, uno di quei giorni che si sveglia senza la voglia di alzarsi, proprio come me. Non amo le giornate come questa, piene di nebbia che ti penetra nelle ossa e che non ti fa vedere niente, perché mi prende la malinconia.

Passeranno mesi prima che venga caldo davvero, quel caldo che ti toglie il fiato, con l’afa che non si sopporta. Quando verrà l’estate, sarò forse costretto a rimpiangere giornate come questa: è proprio vero che non siamo mai contenti! A proposito d’estate, mi sono ricordato quelle di quaranta anni fa o giù di lì, quando ero ragazzino.

Rammento la fine della scuola: non se ne poteva più! Anche se dopo pochi giorni di vacanza non si sapeva già più cosa fare. A quei tempi non c’erano i campi estivi, si stava a casa con la mamma. Allora non era d’uso che le mamme lavorassero, bastavano i papà.

Ricordo che c’erano giorni che non finivano mai con un caldo boia e una luce da rimanere accecati. Chi avesse avuto un po’ di cervello, se non vi era proprio costretto, non sarebbe mai uscito di casa, neanche se l’avessero pagato. Noi ragazzi no, i miei amici ed io, ci piaceva pescare. E allora via sotto il sole torrido del primo pomeriggio in bicicletta lungo una strada ghiaiata per raggiungere la riva di un qualche canale della bonifica. Quando si arrivava si faceva sempre una bella confusione: urlo io che urli anche tu, prima di mettere giù le canne c’era un tale baccano che se solo i pesci fossero stati un po furbi sarebbero scappati di certo. Ma evidentemente non lo erano, visto che non siamo mai tornati a casa con i retini vuoti.

Una volta, me la ricordo bene, eravamo nei durei, un canale della nostra bonifica, sempre i soliti: Volpe, Giuggiolo, Mariot ed io. Stavamo in riva all’argine già da alcune ore e catturavamo solo dei Persici Sole. Il Persico Sole è un bel pesciolino, tutto colorato e anche buono fritto, ma quando abbocca, non abbocca più nient’altro e Mariot si era stancato. Nel suo retino, che era legato alla riva e immerso nell’acqua, ce n’erano già diversi ancora vivi. Non c’era niente da fare: quando la sua testa gli diceva una cosa si poteva essere sicuri che ne combinava una delle sue.

Ad un tratto si alzò in piedi, tirò fuori dall’acqua il retino ed iniziò a sbraitare contro i poveri pesciolini: “Vi uccido! Lo giuro, vi uccido!”

Noi amici lo guardammo un po’ stupiti, senza capire subito che intenzioni avesse.

Uno di noi gli urlò: “Mariot smettila che dobbiamo pescare!”

Ma lui, come se non avesse nemmeno sentito continuò la tiritera: “Sono due ore che non prendo niente, solo voi brutti pesci! Vi torturo, vi faccio fare una morte atroce!” continuò con enfasi e tono drammaticamente risoluto, come se loro, i pesci, lo prendessero più sul serio.

“Vi taglio a fette!” continuò.

“Mariot, muoiono subito, non sei abbastanza cattivo!” lo incitò uno di noi.

“Hai ragione, allora… li brucio!” rispose.

“Con cosa Mariot, fai un rogo?” gli disse l’altro.

“Hai ragione, non ho i fiammiferi!… Allora li seppellisco vivi!” rispose Mariot dopo un attimo di riflessione, mentre il suo viso assunse un’espressione truce.

“Con cosa scavi, con le unghie?” rimbeccò ancora l’altro.

“Hai ragione! Allora cosa gli faccio?” rispose infine deluso.

Era tornato a sedersi mogio e nessuno di noi commentò ulteriormente; sul teatrino improvvisato sembra essere sceso il sipario. Ma neanche un minuto dopo si rialzò in piedi, afferrò di nuovo il retino e mentre rovesciava tutti i pesci dentro l’acqua esclamò trionfante: “Ho deciso: vi annego!”

A dire che ci sbellicammo dalle risate è dire poco.

Quella volta fu una giornata come tante, ma speciale perché la ricordo ancora adesso. E quella fu un’estate come tante altre, con il suo caldo afoso e i suoi odori: gli odori inconfondibili della mia terra. Una terra che ci ha visto crescere, i miei compagni d’infanzia ed io, e che come noi ora vede crescere i nostri figli.

Per me è così: non dimentico da dove vengo ed al bene che voglio alla mia pianura, nonostante le sue zanzare d’estate e le nebbie d’inverno. E se adesso siamo quel che siamo è anche per merito di quelle giornate passate, delle risate che le riempivano, della compagnia di amici sinceri e dell’allegria che ci accompagnava fino a sera.

E’ come il calore di una carezza il ricordo di quei giorni e di quelle persone uniche. Qualcuno l’ho perso di vista, ma in fondo al cuore ci saranno sempre, con le loro facce da ragazzini che ridono spensierati, finché ne avrò la memoria.

La nebbia è ancora lì, ma non sento più la malinconia. Mi sono risvegliato dal torpore dei ricordi accorgendomi di sorridere: “Vi annego!” Mariot, sei proprio forte!

Enrico Platani di mestiere fa programmi per computer ma di passione suona, canta, scrive e fa sub. Ha pubblicato con Altromondo Editore il suo primo romanzo “Il messaggero del sole”  e alterna la calura della bassa reggiana di Campagnola Emilia con qualche ritiro nell’appennino reggiano.

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