[Parlami di tER #35] Riti culinari da emigranti

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[Parlami di tER #35] Riti culinari da emigranti


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Parlami di tER è una serie di racconti dell’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da donne e uomini che son nati, vivono o semplicemente si sono innamorati di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.

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Non abito più in Emilia da, ahimè, troppo tempo ma ho ancora un piccolo rifugio a Bologna e cerco di tornarci spesso. E quando torno (torniamo) la nostra permanenza è scandita da alcuni riti irrinunciabili, tendenzialmente legati al buon cibo.

Chissà perché, per un emigrato (che sia semplicemente oltre confine regionale o dall’altra parte del mondo) sono i sapori semplici quelli che mancano di più. A me in particolare mancano tanto i tortelli verdi, l’erbazzone che faceva mia nonna con i pezzettini di lardo abbrustolito sopra, la mortadella e il gelato fatto bene. Quando abitavo a Bruxelles per esempio e rientravo a casa dei miei nella provincia di Reggio Emilia, mia madre sapeva che il menu doveva obbligatoriamente essere tortelli verdi fatti in casa e il gelato del Nuovo Fiore.

A proposito di erbazzone, recentemente siamo stati invitati ad una cena dove, visto che gli ospiti provenivano tutti da regioni differenti, ognuno era stato invitato a portare una specialità del proprio territorio. Io ho tentato di replicare l’erbazzone di mia nonna che ha una lavorazione lunghissima per i tempi moderni e visto che non ero sicura della riuscita ho portato due versioni. Quella fatta seguendo la ricetta della nonna e una versione moderna e decisamente più light (leggi no lardo). Risultato? Nonna batte nipote 10-0… del suo non ne è rimasto neanche un quadratino mentre della mia banale torta salata di bietole ne abbiamo avuto abbastanza per la cena del giorno dopo. La ricetta??? La troverete presto su chef di tER!

Tornando alle nostre scappatelle bolognesi, la colazione per noi si fa esclusivamente alla Goccia d’oro dove il barista, nonostante le nostre sporadiche puntate, si ricorda che voglio il latte freddo di frigo. Il triangolo alla crema è sublime e in tempo di carnevale le loro castagnole sono impareggiabili.
Pit stop obbligato anche all’Ambasciatori (passando di corsa tra i libri per resistere alla tentazione di comprarne una decina) per un panino da Eataly. Ne fanno di buonissimi e ricercati ma io non leggo nemmeno la lista. Panino alla mortadella. Non c’è gara. Caccia alla sedia e al quotidiano e quando il panino finisce ci guardiamo e di solito mio marito parte a prenderne un altro da smezzare, giusto per fare scorta.

Se il soggiorno lo permette si digiuna a pranzo e a cena si va con la Cotoletta Bolognese di Ciccio Biagi che un caro amico ci ha fatto conoscere e non smetteremo di ringraziarlo perchè è paradisiaca, come il gelato alla gianduia di Venchi gustoso anche d’inverno.

L’aperitivo, o comunque un passaggio necessario, si fa in Piazza Santo Stefano. Sarà pure ovvio ma anche io tra tanti continuo a ritenere che quello sia l’angolo più straordinario di Bologna, specialmente al tramonto quando standotene seduto ai tavolini del bar con l’immancabile spriz o la più vintage acqua tonica, vedi la facciata del palazzo di fronte infiammarsi di rosso. E il dolce decalare verso la basilica del pavimento ciottolato (no tacchi please) ti incastona in un attimo di tempo fermo.
La Basilica di Santo Stefano è sicuramente un agglomerato di edifici sacri tra i più affascinanti. Ultramillenario, custode dei primi passi della cristianità in città ma costruito su un tempio dedicato alla dea Iside. Insomma su questi sassi “produci-improperi” (sì perché i ciottoli di Piazza Santo Stefano sono tra i più scomodi mai ideati da mano d’uomo) si snoda la vita cittadina da sempre eppure è capace di regalarti degli attimi di assoluta pace. O di assoluta incoscienza. Seduti sul muretto di quella piazza, nell’inverno del 2008, quello che sarebbe poi diventato mio marito ha giocato alcune delle sue migliori (incoscienti) carte.

Wanna, pseudonimo da vera emiliana doc, ha vissuto in Emilia Romagna i primi 25 anni della sua vita e da allora un po’ per scelta un po’ per necessità, trasloca da una parte all’altra dell’Europa – non dimenticando di portare con sè una punta di Parmigiano Reggiano e le ricette della nonna-  sperando sempre che il prossimo trasloco la riporti a casa

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