[Parlami di tER #28] Lo stradario

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[Parlami di tER #28] Lo stradario


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Parlami di tER è una serie di racconti dall’Emilia-Romagna. Sono sguardi d’autore gettati sulla regione da persone che son natie, vivono o semplicemente si sono innamorate di questa singolare, bellissima, terra con l’anima.
Se anche tu vuoi raccontare l’Emilia-Romagna che si vede dalla tua finestra sei benvenuto.
Basta una mail a inemiliaromagna@aptservizi.com o un commento qui sotto!


Anni prima del Tutto Città e anni luce prima di Google Maps e del TomTom eccetera, per orientarsi a Forlì c’era solo lo Stradario. Era un librino grande più o meno come il Vangelo e a casa mia ispirava la stessa devozione. “Babbo, ho la partita di pallavolo in via Tertullia Rubria”. “Portami lo Stradario”. Sfogliava avanti e indietro poi decretava: “E’ a Romiti”, e tirava fuori la Ritmo dal garage.
Lo stradario di ForlìLo Stradario era l’esatta antitesi dell’efficienza geosatellitare moderna. Riportava tutti i nomi delle vie di Forlì in ordine alfabetico, e in base a codici alfanumerici complicatissimi ti spiegava dove si trovavano. Ad esempio via Antonio Carini era la III a s. da v. Ribolle dopo il n. 33. Se non sapevi qual era v. Ribolle dovevi cercare anche quella, decriptare che era la X a s. da viale dell’Appennino e dopo il n. 309 a viale Risorgimento IV a d. e dopo il n. 158, e così via. Se ancora oggi le città mi appaiono come concetti astratti e aleatori, è perché ho imparato a conoscerle in quel modo.
Lo Stradario, inoltre, spiegava perché ogni via si chiamava così e chi era quello che le aveva dato il nome. Nella realtà concreta di uno che parte da un posto e deve arrivare in un altro questa è una cosa completamente inutile e anzi fuorviante, d’accordo, però c’era dietro un significato di profondità oceanica. I nomi sono importanti, perché dietro a ogni nome c’è una storia. E dare un senso ai nomi significava dare voce alle strade e alle piazze. Alla città.
Fu grazie allo Stradario, ad esempio, che scoprii di abitare nella zona degli antifascisti morti ammazzati durante il ventennio. Fra i giardini tristi e le case popolari del mio quartiere si celava un florilegio di nomi e fatti epici. Stavo in via Sergio Tavernari, un partigiano forlivese che durante la guerra aveva organizzato una radio clandestina. Sorpreso mentre trasmetteva preziose informazioni rifiutava la resa e, barricatosi in casa, accettava combattimento contro soverchianti forze di SS tedesche. Esaurite le munizioni, al grido di “Viva l’Italia” si lanciava nel vuoto immolando nell’eroico gesto la giovane vita.
Per dire.
Quando avevo dodici o tredici anni una tizia che stava in via Marzabotto mi invitò al suo compleanno. C’era anche il ragazzino che mi piaceva, e andare era questione di vita o di morte. “Vai a piedi, è vicino”, dissero i miei che la domenica pomeriggio andavano a ballare col pullman di Renzo e Luana. “Prendi lo Stradario, è impossibile perdersi”.
Presi lo Stradario e mi avviai. Voltai la II a s. che era via Silvio Corbari, comandante partigiano dell’omonimo battaglione. Le sue temerarie imprese ai danni delle forze occupanti gli valsero la stima il sostegno della popolazione locale e scatenarono l’ira della Repubblica di Salò. Fu sorpreso a Ca’ Cornio di Modigliana insieme a Iris Versari, Adriano Casadei e Arturo Spazzoli. Dopo un violento combattimento fu catturato e quindi impiccato assieme ai compagni a Castrocaro il 17 agosto 1944. Il 18 agosto furono appesi a Forlì ai lampioni di Piazza Saffi. Perché impiccati due volte?, mi chiesi. Perché il concetto fosse ben chiaro. Perché tutti capissero che cosa succedeva ai ribelli. Quelli della banda Corbari non lo sapevano che sarebbe finita così? Certo che sì, ma allora non potevi non scegliere. E loro scelsero questo.
La III a d. era via Iris Versari, eroina partigiana di Tredozio, compagna di Silvio Corbari. In seguito a un rastrellamento tedesco a Ca’ Cornio di Modigliana, ferita si suicidò per permettere la fuga a Corbari. E Corbari fuggì? Arrivai in via Adriano Casadei. Universitario di fede repubblicana, fece parte della banda Corbari come vice comandante. Durante un’azione in frazione Ca’ Cornio di Modigliana cercò di portare in salvo il Corbari ferito ma, catturato dai tedeschi, fu impiccato a Castrocaro 17 agosto 1944 e poi di nuovo a Forlì.
Non devo perdermi, mi dissi distrattamente. E iniziai a immaginarmi come doveva essere andata quel giorno a Ca’ Cornio.
Il 17 agosto 1944 è una giornata nuvolosa. A Ca’ Cornio c’è stata una soffiata, i tedeschi circondano il rifugio. Bisogna scappare, ma Iris il giorno prima si è ferita a una gamba pulendo il suo sten. Corbari non la abbandonerà mai e lei lo sa, allora si spara un colpo di pistola perché lui possa fuggire. È una questione di scelte, e forse non è questa la più dolorosa che ha dovuto prendere negli ultimi anni. Corbari è disperato, è sconvolto ma scappa, si butta dalla finestra sparando e corre nel bosco, verso il fiume. Sull’argine cade e si fa male e Casadei, che è la mente della banda Corbari e il migliore amico di Silvio, Casadei è lontano, ormai in salvo, ma torna indietro e se lo carica in spalla. “Tci matt? Salvati almeno te”. “Ma non dire pataccate”.
Li catturano subito, li caricano su un carro col cadavere di Iris. Passano per i villaggi e bussano alle porte, chiamano fuori la gente per far vedere a tutti che hanno preso Corbari. Quando arrivano a Castrocaro solo Casadei è cosciente. Si mette il cappio da solo, ma quando i nazisti tirano la corda si spezza. “A sì merz neca in t’al cordi”, dice, poi se ne lega attorno al collo un’altra. È così che dev’essere andata.
Persi la strada e ogni minima residua parvenza di orientamento. Attraversai via Claudio Treves, via Gian Raniero Paulucci Ginnasi, via Mario Angeloni e ognuno aveva la sua storia eroica e struggente da raccontare. Quando arrivai in via Marzabotto la festa era quasi finita e il tipo che mi piaceva stava giocando a un videogame. “Come funziona?”, gli chiesi. “Tu sei gli americani e devi ammazzare i nazisti.” “E come si chiamano gli americani?” “Ma sei scema? Che te ne frega di come si chiamano? Devi sparare e basta.”
“Me ne frega perché i nomi sono importanti, idiota. E perché dietro a ogni nome c’è una storia.” Pensai questo, ma non glielo dissi. Era stato un pomeriggio strepitoso.

Oggi tutto è diverso. La voce sexy del navigatore ti dice svoltare a destra svoltare a sinistra e in cinque minuti arrivi dove devi arrivare. Silvio Corbari è solo un cartello, una via come un’altra dove adesso c’è un centro commerciale, e dove bestemmi se ti accorgi di un senso unico che il navigatore non ti ha segnalato.

Nicoletta Verna è editor di libri per la scuola e insegna Tecniche della comunicazione. Vive a Firenze, ma valica molto spesso e volentieri il passo del Muraglione.

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