Le albicocche del mercato e quelle nostrane

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Le albicocche del mercato e quelle nostrane


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Quando ero bambino mia mamma comprava le albicocche al supermercato. Ma le mie preferite non erano quelle che venivano dal negozio: erano quelle che “prelevavo” (possibilmente senza essere visto) dall’albero del mio vicino di casa. E succedeva così anche per tutta l’altra frutta: perché quella che arrivava dai banconi era buona, ma quella “nostrana” aveva tutto un altro sapore.

Di cose da allora ne sono cambiate un bel pò. I supermercati sono diventati sempre più grandi e numerosi, le albicocche si mangiano tutto l’anno e anche chi scrive ha parecchi capelli grigi in più. Ma quella è un’altra storia – ed anzi scusate per la digressione personale.
Il punto è che da allora i prodotti “nostrani” hanno conosciuto una sorta di storica riabilitazione, ed oggi sono quasi più popolari e ricercati di quelli da bancone. Le ragioni sono molte: si dice che siano più buoni- ma questa non sarebbe una novità- si dice che mangiarli faccia bene all’ambiente, e si dice pure che siano in grado di dare respiro alle economie locali. Essì perché i prodotti “a km0”- così si chiamano adesso- percorrono meno strada sui camion, producono meno CO2, compiono meno passaggi distributivi, consentono la prosecuzione (o il recupero) di tradizioni produttive in via d’estinzione. Insomma, a guardar bene offrono benefici un pò a tutti.

Ed è così intorno all’idea dei “km0”, dello “slow food” e delle filiere corte sono nati una quantità di progetti. E anche di questo vogliamo dar conto oggi. Non pretendiamo di mappare tutto quello che succede- le iniziative sono ormai centinaia- ma semplicemente segnalarne un paio che vedono protagonista la regione in cui viviamo. Uno è il concorso per “Il miglior menu a km0“, organizzato dagli amici del Parco dell’Appennino tosco- emiliano per recuperare e valorizzare il patrimonio agro-alimentare e gastronomico locale dell’area. L’altro è la Festa dei Frutti dimenticati, inserita nel cartellone del Wine and Food Festival Emilia Romagna, che si è appena conclusa a Casola Valsenio e che ha visto protagonisti una serie di prodotti quasi “estinti” per via del passaggio dall’economia rurare a quella industriale.
In entrambi i casi i progetti consentono non solo di riscoprire le specialità del territorio, ma anche di sostenere i produttori locali ed incentivare forme di turismo innovative. Bravi tutti!

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