I pirati del Delta del Po

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I pirati del Delta del Po


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C’era una volta un pirata spietato e feroce che, insieme alla ciurma più temuta dei Sette Mari, governava la nave più imponente che si fosse mai vista, sempre alla ricerca di nuove ricchezze da conquistare.

E poi, da tutt’altra parte del mondo, c’era una volta Capitan Olivo, fiero pirata d’acqua dolce che veleggiava con la sua battana, la Luisona*, tra le nebbie del Delta del Po.oasi2web

Capitan Olivo non era affatto spietato e feroce: era un pirata garbato, dotato di fermezza e di indiscutibile eleganza, sia nei modi che, per quando la vita di fiume lo concedesse, nell’abbigliamento. Tutta la ciurma della Luisona ne ammirava il portamento e la lunga chioma dello stesso colore delle castagne matte appena schiuse, sempre scompigliata dalla brezza fluviale.
Oddio ciurma… La leggera imbarcazione a due alberi non aveva spazio che per altri due pirati. Tre, a dire il vero. Insieme al valoroso Capitan Olivo solcavano le acque del Po e, occasionalmente, dei suoi affluenti, il conte Guglielmo, discendente dall’antica e nobile dinastia dei Tomini Tanini e divenuto ufficiale di rotta e timoniere dopo aver abbandonato all’altare la promessa contessa consorte Giulia Filippa. C’era poi Arturo, mozzo e tutto fare, giovane e instancabile chiacchierone dalle grandi ambizioni, spedito dal nonno pescatore a imparare il mestiere del pirata perché “sempre meglio che avercelo intorno, non tace mai e mi fa scappare i pesci”.
Non da ultimo, c’era Basilico, gatto rosso furbo e loquace, nonché membro fondamentale dell’equipaggio in qualità di vedetta e garante della sicurezza.

Non erano l’oro, gli smeraldi e i diamanti quello di cui andava in cerca la ciurma della Luisona, bensì materie molto più pregiate: zucchero bianco e spezie colorate, cacao e caffè, ma soprattutto il sale, preziosissima moneta ed ingrediente fondamentale nella cucina di Cecio. Proprio così, questa era la verità: tutto l’equipaggio della Luisona era al servizio di Cecio, cuoco di ineguagliabile talento e proprietario dell’omonima osteria, tanto rinomata dai veri cultori della rustìda, pesce in graticola infilzato negli spiedini e insaporito da una panatura all’aglio e al prezzemolo, quanto utilizzata per lo smercio abusivo di spezie rare e costose.

L’Osteria da Cecio era una piccola baracca di legno nascosta tra i canneti di uno degli innumerevoli isolotti che punteggiano il Delta del Po, frequentato dai pochi eletti che avevano avuto il piacere di essere stati invitati dallo chef in persona e dai rari avventori che, dispersi durante una gita in barca o una battuta di pesca, avevano avuto la fortuna di incappare in questa oasi del buon gusto.
Chef Cecio era l’unico ad utilizzare il sale nella segretissima preparazione della sua rustìda, così come era l’unico a servire il caffè a fine pasto quando ancora la bevanda era destinata solo ai circoli per gentiluomini di Bologna. Fu proprio grazie a lui che Pellegrino Artusi scrisse nel suo La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene i consigli per effettuare la tostatura artigianale dei chicchi di caffè. Capitan Olivo, il conte Guglielmo, Arturo e Basilico erano, a bordo della Luisona, il braccio armato, ma non pericoloso, della cucina di Cecio: senza di loro, niente speciale ricetta della rustìda, niente caffè, niente crema di cacao amaro e niente fantastici biscotti alla cannella. Era grazie alle simpatiche malefatte dei pirati del Delta del Po se l’osteria riusciva a soddisfare gli affezionati clienti con le prelibatezze che ne facevano una leggenda in tutti i ducati e i regni d’Italia.

Un mattino, di buon’ora, la ciurma della Luisona salpò per intercettare nuove chiatte cariche di sale e privarle, come sempre, di metà bastimento mentre il gatto Basilico distraeva l’equipaggio avversario facendosi fare i grattini sulla pancia. D’altronde, erano pirati gentili e ricorrevano ai classici metodi pirateschi solo in casi estremi.
Proprio quel giorno, nessuno su quel vaporetto comandato da un capitano dallo strano accento straniero si fece abbindolare dalle fusa di Basilico, tutto l’equipaggio pareva nascondere qualcosa di molto prezioso e aveva una gran fretta di arrivare a destinazione. Dopo l’arrembaggio fu necessario, in effetti, ordinare al gatto di graffiarli ad uno ad uno e, durante la zuffa che si scatenò per acchiapparlo, catturare tutti sotto pesanti reti da cui era impossibile fuggire.
Capitan Olivo non era molto abile negli interrogatori, preferiva essere in prima linea insieme al conte nell’esplorazione della sottocoperta e dei magazzini. D’altronde avevano anche l’età giusta per concedersi di nascosto un bottino alcolico, di quando in quando. Era Arturo, il mozzo, il più abile a far cantare i prigionieri: li rimbambiva di chiacchiere al punto che ad un certo punto, immancabilmente, li convinceva per sfinimento.

E va bene e va bene, si arrese il capitano avversario, basta, zitto, ti prego, abbi pietà! Arturo stava giusto raccontando le sue pene d’amore nei confronti della nuova cameriera dell’Osteria che, però, pareva non ricambiarlo affatto.
Dove hai nascosto il sale, straniero?? – intervenne Capitan Olivo – E cosa sono questi strani sassi di cui è piena la stiva??
Sono patate!
A cosa servono? Non mentire!
Si mangiano, stupido pirata che non sei altro! Sono un prodotto prelibato che nasce sottoterra!
I pirati si guardarono tra loro dubbiosi e sconvolti: com’era possibile mangiare quei cosi bitorzoluti all’apparenza così poco invitanti? E che sapore potevano mai avere?
Decisero di sottoporre la questione all’unico che potesse avere voce in capitolo: chef Cecio, ovviamente! Arrivarono tutti trafelati, facendo trasportare a ogni prigioniero un sacco di patate.
Cecio fissò a lungo i tuberi con sguardo critico e dubbioso, se li rigirò tra le mani, provo a spezzarli ma non ci riuscì. Decise allora di lavarli, ma niente. Prese il coltello più affilato che aveva e ne tagliò uno a metà, scoprendo che all’interno il colore era molto più invitante rispetto alla buccia esterna. Intorno a lui, tutti lo fissavano in silenzio riverente. Tolta la buccia ad una patata, provò a dividerla in piccoli bocconi, ne prese uno e lo assaggiò ma subito se ne pentì: il sapore era abominevole. Non sapeva proprio cosa farsene di tutti quei tuberi indigesti e ordinò alla ciurma di liberare i prigionieri e restituire il bottino.
Fu proprio allora che, in un momento di distrazione, invece di buttare gli spicchi di patata nel secchio degli scarti, li gettò in una pentola in cui l’olio caldo era pronto per friggere i sardoncini: li profumo che subito impregnò la cucina lasciò tutti sbalorditi. Chef Cecio raccolse gli spicchi, divenuti nel frattempo di un bel colore giallo dorato, li asciugò e li assaggiò incuriosito.
Manca il sale!
Aggiunse una spolverata di prezioso sale di Cervia, lo stesso ingrediente fondamentale nella sua speciale rustìda, e fece assaggiare il sorprendente risultato a tutti i pirati e anche ai prigionieri.
Quella sera, e per molte sere a venire, andò a finire a rustìda e patatine fritte per tutti. E chiunque capitò da allora in poi nella segreta Osteria da Cecio capì che l’unico vero segreto da preservare è che non esistono conflitti che non è possibile risolvere a tavola.

 

*omaggio a Stefano Benni

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