[TERacconta] Flags of America: la fotografia USA anni 50-70 in mostra a Modena

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[TERacconta] Flags of America: la fotografia USA anni 50-70 in mostra a Modena


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Flags of America, la nuova mostra di Fondazione Fotografia presso l’Ex Ospedale Sant’Agostino a Modena, è una collettiva dedicata alla fotografia americana del ‘900 che presenta le immagini recentemente acquisite della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena.

Realizzate prevalentemente tra il Secondo DopoGuerra e gli anni ’70, le fotografie in mostra ripercorrono un’epoca di grande fermento in cui l’America, affermatasi nel mondo come potenza economica e modello culturale, ha visto contemporaneamente germogliare al suo interno i semi della critica e della protesta sociale, i movimenti per i diritti degli afro-americani e di sensibilizzazione all’ecologia.
La vera protagonista della mostra è la fotografia stessa, che in quella particolare epoca storica non solo si è riconfermata quale efficace strumento per analizzare e interpretare il mondo, ma che si è incessantemente auto-interrogata e rinnovata, suggerendo nuovi filoni di ricerca, dalla fotografia documentarista alle pratiche più intimiste e spirituali.
I ventidue autori in mostra sono stati e continuano a essere vere e proprie bandiere delle fotografia internazionale, punti di riferimento per la loro generazione e maestri imprescindibili per quelle a venire.
Anche se molti non necesiterebbero certo di presentazione, oggi ve li descriviamo uno per uno, seguendo l’ordine del percorso espositivo [le descrizioni sono tratte dai pannelli presenti in mostra, le fotografie dal sito di FondazioneFotografia]:

Ansel Adams: tra i più popolari fotografi al mondo, ha dedicato l’intera vita alla Natura, contribuendo a creare e consolidare nell’immaginario collettivo l’idea della wilderness americana. Alla fine degli anni ’20 Adams conosce, grazie a Paul Strand, i principi della Straight Photography di cui, abbandonato il pittorialismo, diviene uno dei maggiori esponenti. Nel 1932 è uno dei fondatori del gruppo f/64; il nome stesso del gruppo ne rappresenta ideologicamente anche il manifesto: nella macchina fotografica, f/64 è la più piccola apertura del diaframma, che permette di ottenere la massima profondità di campo e la migliore nitidezza dell’immagine sia in primo piano sia nella distanza [more].

Edward Weston: inizia a fotografare all’età di 16 anni; nel 1922, durante un viaggio in Ohio, abbandona lo stile pittorialista e inizia a sperimentare una fotografia più chiara e definita. Nel 1932 è uno dei fondatori del gruppo f/64; anno dopo anno, il lavoro di Weston acquista sempre più rilevanza nella scena artistica americana e nel 1936 è il primo fotografo a ricevere un assegno di ricerca dalla Guggenheim Foundation [more].

Aaron Siskind: nato da una famiglia ebrea di immigrati russi, si avvicina alla fotografia nel 1929 e inizia la sua carriera collaborando con il circolo fotografico newyorkese Workers Film and Photo League, che si occupa di fotografia sociale. Affascinato dal valore estetico dell’immagine, lo stile fotografico di Siskind è creativo e spontaneo; i suoi soggetti più ricorrenti sono elementi e superfici urbane, che egli trasforma in composizioni geometriche a forte valenza metaforica, realizzando una sorta di espressionismo astratto in campo fotografico [more].

Harry Callahan: inizia la sua carriera fotografica all’età di 26 anni e, dopo aver partecipato ad un workshop di Ansel Adams, decide di fare della fotografia un progetto di vita; nel 1946 Callahan inizia a insegnare fotografia a Chicago. La sua carriera è caratterizzata da una forte determinazione e curiosità nello sperimentare tecniche nuove, tanto in fase di ripresa quanto in fase di stampa. Egli ritiene la fotografia innanzitutto uno strumento da rivolgere verso la propria vita, verso persone strade ed edifici, al fine di comprenderli in profondità; le sue opere sono caratterizzate dal rigore nel gestire luci e forme, dall’accuratezza nella composizione dell’immagine e da un meticoloso lavoro di stampa. Callahan è oggi considerato uno degli innovatori della fotografia moderna [more].

Wynn Bullock: si avvicina alla fotografia nel 1938, dopo essere rimasto affascinato dall’ambiente delle Avanguardie artistiche e dai lavori di Man Ray e László Moholy-Nagy. Nel 1948 conosce Edward Weston, incontro che influenza profondamente il suo stile fotografico. Bullock interpreta la fotografia come qualcosa che va oltre l’oggetto rappresentato, come un un mezzo per indagare gli aspetti più misteriosi e spirituali dell’esistenza; le sue composizioni sono metafore visive di una straordinaria bellezza formale [more].

Bruce Davidson: avvicinatosi alla fotografia fin da bambino, è oggi considerato una delle figure di spicco dell’agenzia fotografica Magnum [fondata nel 1947 da Henri Cartier Bresson e Robert Capa]. I suoi lavori documentano le comunità ai margini dello spazio urbano e sociale; i suoi più completi e minuziosi progetti sono “Time of Change”, sul movimento per i diritti civili, e “East 100th Street”, che racconta la realtà di un caseggiato dell’East Harlem noto per il suo degrado abitativo. Il suo stile fotografico è caratterizzato da un elevato grado di coinvolgimento dei soggetti e dall’adozione del punto di vista dell’insider [more].

Roy DeCarava: nato ad Harlem, è uno dei più importanti interpreti della New York afroamericana anni ’50. Nei suoi oltre 60 anni di carriera ha fotografato la quotidianità e la vita notturna della sua città, immortalando sia persone comuni sia personaggi straordinari del mondo del jazz, come John Coltrane e Louis Armstrong. DeCarava è stato il primo fotografo di colore a vincere una Guggenheim Fellowship, nel 1952. Tratto distintivo del suo lavoro è l’Oscurità: molte delle sue fotografie, realizzate sempre in condizioni di luce ambientale, sono in bianco e nero, composte da un’accurata varietà di grigi. Le sue immagini, intime e cariche d’affetto, fanno emergere il lato dolceamaro della vita [more].

Garry Winogrand: nato e cresciuto a New York, inizia a fotografare a metà degli anni ’40, durante la leva militare. Negli anni ’50 inizia a lavorare come freelance e immortala la vita della Grande Mela, dagli eventi politici e culturali agli appuntamenti mondani. Riconosciuto come induscusso protagonista della Street Photography, il suo sguardo ironico e libero ha sempre rifiutato qualsiasi tipo di categorizzazione. Entusiasmato dalla capacità di lettura del reale di Walker Evans e dallo stile personale e libero di Robert Frank, Winogrand è convinto che la fotografia veda di più di quanto possa fare l’occhio umano. Egli fotografa d’istinto, ponendosi in naturale antitesi con la teoria della pre-visualizzazione di Ansel Adams e Edward Weston [more].

Richard Avedon: nato a New York da una famiglia russa di origini ebree, approfondisce la sua passione per la fotografia durante la II Guerra Mondiale. Nel 1945 apre il proprio studio e inizia a lavorare come freelance; in breve tempo ottiene grande successo e collabora con numerose riviste, tra cui  il mensile di moda Harper’s Bazaar, quindi con Vogue e The New Yorker. Il suo approccio alla fotografia di moda è assolutamente originale e inusuale per l’epoca: le modelle sono colte in tutte le loro espressioni e spesso in movimento. Avedon è affascinato dalla capacità della fotografia di suggerire la personalità dei soggetti e, con il procedere della sua carriera, si concentra con sempre maggiore esclusività sul ritratto, inteso come mezzo per esplorare temi di interesse culturale, politico o personale. Nel 1985 realizza la sua opera più importante, “In the American West”, dedicato alla classe operaia americana [more].

Robert Frank: nato a Zurigo da una famiglia tedesca di origine ebrea, decide ben presto di dedicare la sua vita alla fotografia e lavora come apprendista per diversi fotografi della New Photography, la cui influenza conferisce alla formazione di Frank una forte impronta formale [come l’f/64, anche il gruppo svizzero è convinto che la fotografia debba essere diretta, pura e tecnicamente impeccabile]. Giunto in America, si rende conto del carattere materialistico della cultura americana anni ’50, consapevolezza che lo spinge ad abbandonare la fotografia di moda. I viaggi in Europa e Sud America che effettua tra il ’49 e il ’53 segnano il distacco dalla New Photography; Frank guarda agli eventi politici contemporanei in modo libero, anticonformista e critico, dando voce alle sottoculture e agli emarginati, senza sentimentalismi [more].

Lee Friedlander: è uno degli autori più importanti della fotografia documentaria americana. Egli studia fotografia a Los Angeles e poi si trasferisce a New York, dove incontra Walker Evans e Robert Frank e conosce Garry Winogrand e Diane Arbus. La sua fotografia, che esplora in profondità il paesaggio urbano e sociale contemporaneo, muta profondamente l’idea di immagine come documento, inserendo nel racconto del reale una forte componente soggettiva. Friedlander esprime in modo particolarmente evidente il ruolo attivo del fotografo nella creazione dell’immagine: spesso nelle fotografie egli compare sotto forma di ombra o riflesso in specchi e vetrate [more].

Diane Arbus: inizia a fotografare negli anni ’40 insieme al marito Allan Arbus; insieme si occupano di fotografia di moda, conducendo parallelamente progetti personali. Grazie a due Guggenheim Fellowship [1963 e 1966] Arbus viaggia per gli Stati Uniti realizzando il progetto “American Rites, Manners and Customs”; gli scatti, che rappresentano un’allegoria dell’America del DopoGuerra, non passano inosservati e nel 1967 il MoMa espone alcune sue fotografie nella mostra “New Documents”. Pur con soli 15 anni di carriera [Arbus si toglie la vita nel luglio 1971] le sue opere le hanno conferito un posto tra i fotografi più significativi dei nostri tempi [more].

Stephen Shore: si avvicina alla fotografia con sorprendente precocità: i suoi primi scatti risalgono ai dieci anni di età, a 14 anni il curatore capo del MoMa acquista tre sue opere, da adolescente frequenta la Factory di Andy Warhol, a 24 anni il MoMa gli dedica una personale. Considerato uno tra i più importanti pionieri del colore, i suoi progetti più famosi sono “American Surfaces”, un ampio insieme di immagini che -emulando lo stile dell’istantanea- ritraggono tutto ciò che il fotografo ha incontrato durante un suo viaggio attraverso gli Stati Uniti durato due anni, e “Uncommon Places”, una sorta di diario di viaggio orientato a esplorare l’esperienza della visione, progetto che apre la strada della fotografia a colori dei secoli successivi [more].

Robert Adams: la fotografia di Adams è totalmente dedicata al tema del paesaggio urbanizzato, ed ha contribuito a modificare il modo di guardare il mondo attraverso il mezzo fotografico. Fino a quel momento l’idea dell’Ovest radicata nell’immaginario collettivo era coincisa con la wilderness celebrata da Ansel Adams. Egli ribalta questa concezione e propone una lettura della realtà in cui natura e cultura sono inestricabilmente legate. Il suo sguardo, privo di eccessi sensazionalistici e sentimentalistici, richiama quello semplice ed eterodiretto dei fotografi pionieri che nell’Ottocento accompagnavano le spedizioni geologiche alla scoperta delle terre dell’Ovest. Le opere di Adams sono permeate dalla presenza del fotografo e dalla continua ricerca di bellezza, una bellezza che egli vede anche nelle situazioni di maggior degrado [more].

John Gossage: comincia a lavorare come fotografo a 16 anni collaborando con alcune riviste tra cui Esquire, dove conosce Diane Arbus, che ben presto lo spinge a lasciare il lavoro commerciale. Gossage si concentra sulla dimensione culturale e politica del paesaggio, esplorando territori liminari urbani e cogliendo le tracce in essi lasciate dall’uomo. Le sue fotografie mettono in luce la crescente fragilità del mondo; i temi che affronta vanno dall’inquinamento al rapporto tra architettura e potere. Le fotografie in mostra fanno parte del memorabile progetto “The Pond” [more].

Richard Misrach: la sua fotografia a colori di grande formato esplora il rapporto che lega l’essere umano al paesaggio. Misrach condivide le idee dei movimenti contro la guerra, e ne sviluppa una deriva personale e meditativa, ma è la sensibilità verso l’Ambiente il tema centrale della sua fotografia; l’elevata qualità estetica delle fotografie è per l’autore un mezzo per attirare l’attenzione del pubblico su questioni rilevanti. Nel 1979 dà inizio a “Desert Cantos”, un progetto dedicato al deserto -a cui appartengono le opere in esposizione- che indaga le conseguenze dell’azione umana sull’ambiente e che ancora oggi è considerato uno dei quadri più originali e significativi della fotografia contemporanea di paesaggio [more].

Walter Chappell: è ritenuto una delle figure più importanti della fotografia americana del XX secolo; il suo stile fotografico combina l’intuizione di una realtà più profonda con una tecnica fotografica estremamente precisa. Studente di architettura e musica, si avvicina alla fotografia nei primi anni ’40, quando conosce Minor White, di cui diventa assistente. Nel 1962 insieme ad altri fotografi emergenti fonda l’Association of Heliographers, con l’intento di sostenere una nuova cultura fotografica intesa come forma d’arte tout-cour e non al servizio di scopi documentaristici o commerciali. Le opere di Chappell si concentrano sulla natura evocativa del corpo umano, della flora e del paesaggio, spesso combinati assieme [more].

Van Deren Coke: inizia a fotografare a 15 anni, ma è l’incontro con Edward Weston a 17 che gli consente di perfezionare le proprie capacità tecniche e di interiorizzare la filosofia purista della Straight Photography. La sua visione innovativa, che affianca la pratica personale allo studio dei movimenti artistici moderni, è stata capace di revisionare tanto la fotografia quanto la storia dell’arte, stimolando nuovi filoni di ricerca; emblematico in questo senso è il suo libro “The Painter and The Photograph: From Delacroix to Warhol”. Le sue fotografie, enigmatiche irrazionali e inquietanti, mostrano evidenti manipolazioni e sono spesso composte mediante sovrapposizioni di immagini [more].

Ralph Eugene Meatyard: è considerato uno dei padri storici della fotografia “visionaria” americana. La sua carriera fotografica inizia nel 1950 e quattro anni dopo entra a far parte del Lexingotn Camera Club, dove conosce Van Deren Coke. Le sue fotografie rifuggono ogni convenzione: nello stesso periodo in cui in America imperversa la Straight Photography, Meatyard sperimenta immagini sfocate, scatti multipli e ritratti realizzati con lunghi tempi di esposizione. Affascinato da quanto più misterioso si possa nascondere nella vita ordinaria, costruisce opere dal tono surrealista e meditativo, dove il compito di decifrare il significato è lasciato all’osservatore [more].

Paul Caponigro: si avvicina alla fotografia ancora adolescente e negli anni ’50 entra in relazione con la cerchia dei fotografi della West Coast; nel 1959 diventa assistente di Minor White. Secondo Caponigro la fotografia scaturisce sempre dall’interazione con l’oggetto rappresentato ed è un anello di congiunzione tra la realtà esterna impressionata sulla pellicola e l’universo interiore del fotografo; egli è convinto che la fotografia nasca nel mondo invisibile dello spirito. Grazie a due Guggenheim Fellowship, nel corso della sua carriera compie una serie di viaggi [in Europa, Giappone e nell’Ovest degli Stati Uniti] durante i quali immortala luoghi carichi di spiritualità. I suoi scatti vogliono andare oltre l’apparenza della rappresentazione, ricercando le tracce della natura trascendente del mondo [more].

Minor White: figura chiave della fotografia del Novecento, dedica la vita ad esplorare le potenzialità espressive del mezzo e la sua diffusione come forma d’arte. Docente in numerose Università americane, la sua carriera è costellata da relazioni importanti con i protagonisti della fotografia contemporanea; è anche uno dei fondatori della rivista Aperture. Per White la fotografia è un mezzo di espressione e di crescita personale perchè in grado di interpretare e riconciliare il conflitto tra le forze della vita interiore e quelle del mondo esteriore. Il suo astrattismo deriva da un’interpretazione mistica, quasi terapeutica della fotografia, che non è documentazione ma metafora: nella sue opere non esiste alcuna relazione necessaria tra oggetto fotografato e senso dell’immagine; la fotografia è espressione di un’esperienza interiore del fotografo che può essere letta dallo spettatore attraverso un processo intuitivo. Alle sue opere in mostra si aggiunge anche il “Jupiter Portfolio”: acquisita nel 2002 dalla Galleria Civica di Modena, la raccolta è costituita da 12 immagini, realizzate tra il 1947 e il 1971, che sintetizzano la poetica di White [more].

Irving Penn: è universalmente conosciuto per le sue fotografie di moda, ritratto e still life, che hanno condizionato nell’immaginario collettivo del secondo dopoguerra l’idea di stile e di eleganza. Egli inizia la sua carriera collaborando con la rivista Harper’s Bazaar e dal 1943 passa a Vogue, a cui resterà professionalmente legato per oltre 60 anni. Davanti al suo obiettivo sono passate tutte le più importanti celebrità contemporanee; il suo stile è contraddistinto da un’impostazione minimale e da un’attenzione maniacale per i dettagli. Parallelamente alla carriera commerciale, conduce autonome ricerche personali dedicate alla rappresentazione di persone e comunità che vivono ai margini della società moderna; lontani dalla rappresentazione fintamente naturalistica dell’etnografia tradizionale, questi ritratti anonimi -realizzati all’interno di uno studio portatile, davanti allo stesso sfondo neutro che caratterizza le sue fotografie di moda- mostrano figure dalla forte presenza visiva, presentate con i propri indumenti, ornamenti e strumenti di lavoro ma nello stesso tempo estraniate rispetto alle contingenze della vita quotidiana [more].

In contemporanea a Flags of America, l’Ex Ospedale Sant’Agostino ospita anche una mostra dedicata a Domenico Riccardo Peretti Griva e al Pittorialismo in Italia.

Entrambe le mostre saranno aperte fino al 7 aprile; a partire dal prossimo sabato 19 gennaio e fino al 30 marzo Fondazione Fotografia propone cinque visite guidate che offrono l’opportunità  di conoscere e approfondire le esposizioni. Ecco il calendario:
• sabato 19 gennaio, ore 11.00
• mercoledì 6 febbraio, ore 17.45
• sabato 23 febbraio, ore 11.00
• mercoledì 13 marzo, ore 17.45
• sabato 30 marzo, ore 11.00
Il costo della visita guidata per entrambe le mostre, comprensivo di biglietto di ingresso, è di 10 €. Per partecipare è necessario prenotare: tel. 335 1621739 – email info@mostre.fondazione-crmo.it. Le visite guidate vengono attivate con un minimo di dieci partecipanti. Tutti gli iscritti possono usufruire di un buono sconto del 10% sul costo del catalogo di mostra.

Se poi queste due mostre non hanno ancora soddisfatto la vostra sete di arte e cultura, ecco le altre mostre che potete trovare in città in questo periodo:
Cose da Niente. Il fascino discreto degli oggetti quotidiani
Changing Difference. Queer Politics and Shifting identities
Il mosaico riscoperto
Le vesti di sempre. Gli abiti delle mummie di Roccapelago e Monsampolo del Tronto“.

Autore:

Social Media Manager per @inEmiliaRomagna e mamma a tempo pieno.
Amo viaggiare, sia fisicamente che con la fantasia, grazie a film e libri, e celebro ogni giorno con un sorriso.

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