[TERacconta] Sulle corde di Cecilia Chailly

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[TERacconta] Sulle corde di Cecilia Chailly


Tempo stimato di lettura: 5 minuti

La ricerca compositiva per me è stata trasferire le emozioni sulle corde, lasciandomi guidare da esse; posso dire che i miei brani siano state le dita ad averli scritti, più che la mia mente”
” C.Chailly

Quando Cecilia Chailly sale sul palco allestito nella corte interna di Palazzo Monsignani Sassatelli, a Imola, esordisce con un luminoso sorriso al pubblico dicendo: “Mio padre era di Ferrara, mi batte in petto un cuore Emiliano, è una vera emozione essere qui stasera con voi”

Quello che segue è il ritratto di un’arpista non convenzionale, di un’artista che ha trasformato uno strumento classico in un mezzo di comunicazione trasgressivo ed emozionante. L’abbiamo fatto in 7 domande, come le note del pentagramma su cui Cecilia ha costruito la sua identità melodica unica.

Cecilia Chailly, classe 1960, è cresciuta e si è formata a Milano come artista e pioniera nell’uso dell’arpa elettrificata, esplorando i confini del Crossover musicale e lasciando la sua impronta nell’industria segnando collaborazioni fin da giovane con i più grandi nomi della musica nazionale e internazionale. Cecilia cammina per tutta la sua carriera sul filo del Classico e del Contemporaneo ora tracciandone il confine ora fondendo in un rituale alchemico due mondi apparentemente distanti dell’espressione musicale.

Ci ha raccontato il suo personalissimo percorso, svelandosi tra i ricordi d’infanzia e un sentiero sonoro nella ricerca di se stessa.

Cecilia ha le idee chiare fin da piccola “farò anch’io la musicista” annuncia a 4 anni spalancando la porta dello studio in cui stavano lavorando il padre e il fratello. ” Ne presi atto, non so se era l’amore che avevo per loro, l’ammirazione, il desiderio di voler entrare nel loro mondo o se era l’ istinto che sentivo verso la musica, come una passione contagiosa”. Un mondo che per Cecilia somiglia alle fiabe e sostituisce gli strumenti musicali alle bambole, così la musica diviene gioco, intrattenimento, il teatro del quotidiano in cui impara a dare voce a se stessa “i miei erano tutti molto proiettati sulla musica, non avevo una dimensione da bambina, un po’ mi è mancato. Così la musica divenne presto la mia strada per esprimermi, anche in famiglia.”

1) Cosa l’ha portata a fare qualcosa di così avanguardistico e anche molto audace?
“Lo stimolo, di farmi scoprire attraverso i miei suoni, poi erano gli anni ’70, gli anni della ricerca, facevamo improvvisazione fuori dalla Classica, sono stati proprio quegli anni che hanno favorito il mio eclettismo, la mia voglia di uscire dagli schemi

2)Cosa ha caratterizzato le origini delle sue melodie? e come si è evoluto il rapporto con la musica Classica?
“Il polistrumentismo fu il mio debutto, alla Piccola Scala di Milano; mi piaceva interpretare i pezzi di giovani compositori e preferivo suonare musica contemporanea piuttosto che le composizioni ottocentesche dell’arpa. Ma il rapporto con la musica classica è stato meraviglioso e formarmi in quel mondo mi ha dato molta sicurezza, anche nell’affrontare grandi prove”.

Il precoce approccio sonoro alla tradizione, che lei stessa definisce come “una benedizione”, le ha fornito una “formazione uditiva straordinaria”; eppure l’amore per Debussy e il repertorio non hanno frenato la sua curiosità verso gli altri generi musicali, né la ricerca di un suo linguaggio espressivo.

“Negli anni ’80 ho scoperto l’arpa elettrica; la vidi messa in un angolo, non interessava alle arpiste clasiche, ne rimasi così affascinata che il costruttore me la fece portare a casa. Ben presto debuttai con un mio primo pezzo per arpa elettrica”.

L’amore per uno “strumento difficile” quale è l’arpa è stato “al primo tocco. Ho sentito che lì c’era un po’ l’essenza della musica, di quella mia stessa necessità espressiva ed evolutiva. I miei amori sono a prima vista.”

3)Qual è l’approccio alla musica di Cecilia Chailly?
“Un approccio molto istintivo e femminile. Ho preso questa via espressiva, di libertà assoluta, che quando cominci a cavalcare è difficilissimo lasciare”

L’arpa è uno strumento che viene visto come molto elitario….”Non lo si conosce e si pensa che sia noioso, anche perchè ne è stata data un’immagine un po’ barocca. Ma io sono sempre stata figlia della mia generazione, amavo il rock, amavo il pop, e vestivo con i Jeans anche ai saggi…Ho voluto uscire dall’immagine dell’arpa angelica e mi è piaciuto portarla nel mondo monderno, contemporaneo

Il look trasgressivo marca Cecilia di note forti “io ero la punk di turno” nelle classi d’arpa, dice, e ci sovviene un’immagine di una giovane Janis Joplin che pizzica le corde di un’arpa che ha la capacità di un suono grave e profondo di un Basso.

4)Come hai vissuto il distacco dal tuo lignaggio, dalla tua eredità?
“Ci sono state varie fasi nella mia formazione, del capire chi ero io, quanto fossi diversa dal mondo classico che avevo assimilato, mi sono dovuta distaccare dalle mie origini, quasi rinnegarle, addirittura nella mia fase pop, quando cominciavo a collaborare con De Andrè, Dalla, Le Vibrazioni, ho capito che la mia differnza era che io avevo un’anima rock, ho un’attitudine esistenziale, delle modalità che sono rock. Mi ero già mossa dai 16 anni e distaccata dal mio retaggio, ho preso dai cantautori il modo di scrivere i miei brani, il modo in cui ho iniziato a fare improvvisazione l’ho preso dal Jazz, ho attinto da tutti gli altri stili e mi sono stati maestri fino a che sono diventati parte di me.”

Era la diversa, la ribelle, la creativa. Poi la via creativa ad un certo punto è diventata molto affine alla spiritualità.” I miei cambiamenti interiori, le mie riflessioni diventavano suoni si riversavano in note, la fase creativa è stata parallela a momenti di introspezione e anche a momenti in cui la vita ti mette davanti delle difficoltà, dei dolori e delle sconfitte personali, li ho sempre elaborati con le corde, con la musica.”

La musica di Cecilia è diversa nel prendere i suoni e staccarli dal concetto classico di costruzione formale e lasciare che siano loro a dettar legge.

5)Molti artisti hanno un rapporto un po’ conflittuale a volte con il loro talento. Come ha elaborato la sua creatività?
Il mio è un rapporto irrazionale con l’arpa; ho capito che per essere naturale, spontaneo e per durare doveva avere delle pause. Non ho mai sentito una routine con lo strumento, e continuo a volermi divertire, come quando ero bambina, per sentire autentico quello che faccio.”

6)La voglia di emergere, esprimersi creativamente è quasi incontenibile. E’ uscita, e torna e gira, ce l’ha fin da piccola, quindi, a quale stadio di Cecilia è arrivata la consapevolezza?
L’incontro con Andrea De Carlo è stato decisivo per scoprire il mio lato creativo; partecipando alla scrittura di Arcodamore la sua creatività mi fu di esempio, al punto che iniziai a comporre e poi scrissi anch’io un romanzo. La prima volta che mi sono scoperta creativa è stato attraverso questo rapporto con uno scrittore; ho capito che c’era un modo molto libero di esistere, fuori dai condizionamenti, e che era quello che volevo esprimere, con musica e parole”.

Con questa purezza e integrità intellettuale a scudo del suo talento, in un mondo che può essere molto restrittivo verso gli artisti, Cecilia Chailly emerge grazie anche al suo “carattere molto focoso” e ridendo dice “Con il mondo mi sono trovata… malissimo! A parte gli scherzi, ho cercato di non avere pregiudizi; ci vuole molta determinazione, una tenacia quasi ossessiva e la fortuna di trovare, ogni tanto, persone affini.”

Le collaborazioni segnano Cecilia a livello professionale e umano; ricorda l’incontro con Einaudi, con Sting, con questi artisti “c’è un’affinità da subito, come se ci conoscessimo da sempre” , come con Nyman, De andrè, Mina. “Tra artisti c’è una comunicazione intensa, qualcosa di fortissimo, anche se non appare.”

Mina, che la scopre in televisione, la chiamò a registrare; “fu lei ad insegnarmi il detto – buona alla prima”. Si intende che il primo take di registrazione è il meglio. Ed è spesso così. Anche nell’incontro tra musicisti, il primo momento in cui ci si confronta, anche musicalmente, è il migliore.”

7)La sua definizione di artista?
L’artista per me è quello che non si ricorda di esserlo. Si è artisti inconsapevolmente. L’artista vero per me è spontaneo, anche se poi c’è una grossa parte di lavoro attorno a questa spontaneità; vuol dire lavorare 24 h al giorno. Per me essere artista vuol dire vivere in funzione del proprio sentire”.

Cecilia Chailly fa musica del sentimento per il sentimento, strizzando un po’ l’occhio alla corrente neoromantica; è un sentire la musica e il suo contorno.
“Sono una sentimentale. Anche se non siamo più in un’epoca in cui conviene esserlo. Io ho avuto un grande insegnamento da mio padre: quello di essere prima di tutto persone e poi musicisti, cioè la qualità umana della persona fa poi la qualità dell’artista, la qualità della sensibilità che andrai poi a trasferire in ciò che fai. E’ la sensibilità che diventa il tema espressivo, la musica fine a se stessa mi annoia”.

Autore:

Amante delle parole e dell'arte in ogni sua forma, dipendente da viaggi, sport e scarpe, sono alla ricerca costante di bellezza ed emozione

Un commento

  1. Gabriella De Rosa

    Brava e bella più del solito! Nell’intervista,pur breve, si riesce a capire il suo mondo, il suo straordinario background. La sua è una musica per “tutte le stagioni”, che si rinnova anche tornando ,in parte ,alla tradizione. L’ultimo cd “Le mie corde” è bellissimo e sta avendo molto successo : è piaciuto a tutte le mie amiche ed anche alle loro madri!
    Brava Cecilia! Ad maiora…
    Gabriella

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