Finiamo l’esplorazione delle Riserve Naturali in Emilia Romagna, dopo il viaggio iniziato nella scorsa puntata.
Nell’Appennino parmense, tra le valli del Taro e del Ceno e Baganza, la Riserva Naturale Monte Prinzera custodisce in un territorio di limitata estensione dominato dal monte omonimo (736 m s.l.m.), un insieme di elementi naturali e ambientali di eccezionale interesse, le cui caratteristiche non hanno eguali negli altri Parchi e Riserve regionali. Dalla sua sommità lo sguardo può spaziare sul medio e alto Appennino parmense sino alle vette più alte dello spartiacque ligure-emiliano e, nei giorni più limpidi, al profilo del monte Cusna nell’area reggiana. L’origine dell’aspetto particolare del Prinzera e del suo conseguente popolamento vegetale e animale sta nella natura ofiolitica delle rocce che lo compongono. Le ofioliti sono frammenti magmatici di crosta oceanica inglobati nella montagna durante l’orogenesi appenninica. Nel corso dei secoli il profilo inconfondibile del monte ha rappresentato un riferimento per viandanti più o meno celebri: da Carlo Magno a Ottone I, Federico Barbarossa, fino a Carlo VIII, che vi transitarono coi rispettivi eserciti, pellegrini e soldati durante l’attraversamento dell’Appennino nel tratto che dalla val Sporzana raggiungeva il passo della Cisa, lungo la ben nota via Francigena.
In provincia di Rimini la Riserva di Onferno tutela un piccolo complesso carsico nei gessi e altri ambienti della bella valle del Conca, come le pareti arenacee della Ripa della Morte e i vicini calanchi. La principale emergenza è la grotta che si apre sotto lo sperone gessoso dove nel medioevo sorgeva il castello di Inferno. Con una temperatura interna di circa 15°C gradi che si mantiene costante durante tutto l’anno, la grotta si è originata dalle acque meteoriche che dissolgono il gesso. La cavità, caratterizzata da vistose concrezioni colorate dagli ossidi di ferro, attira ogni anno migliaia di visitatori e ospita la più importante colonia di pipistrelli della regione, oltre 8000 individui, con ben sette specie diverse tra cui il miniottero, considerato in pericolo in tutta Europa. Sulla sommità della rupe, dove un tempo sorgeva il castello, rimane un piccolo borgo in bella posizione panoramica sulla riserva e i territori circostanti: verso nord si riconosce l’inconfondibile profilo di San Marino, più a est il mare.
Nell’angolo nord-orientale della provincia di Parma, a breve distanza dal Po la Riserva Parma Morta tutela un ramo abbandonato del torrente Parma, che negli ultimi secoli ha cambiato più volte percorso prima di confluire, come avviene oggi, nel grande fiume all’interno della golena destra. La Parma Morta, non più attiva dalla metà dell’Ottocento, è oggi una lunga e sottile zona umida di circa 5 km, testimonianza delle antiche dinamiche fluviali della pianura, oggetto di indagini storiografiche, oggi importante per la natura locale. Un striscia di canneto, fitti arbusti e alcuni grandi alberi che segnano l’antico percorso del torrente, sinuoso tra l’ampia estensione coltivata e gli ordinati pioppeti artificiali. La riserva funge come un vero e proprio serbatoio di biodiversità per la campagna parmense.
La Riserva Piacenziano tutela nove stazioni di grande rilevanza stratigrafica e paleontologica distribuite in cinque diverse vallate, dove rupi, pareti rocciose e calanchi interrompono il dolce paesaggio coltivato delle colline piacentine. Negli affioramenti tra le valli dei torrenti Vezzeno e Ongina gli innumerevoli strati rocciosi hanno restituito reperti fossili in ottimo stato e di grande varietà ed abbondanza. Il loro recupero sistematico iniziato dalla fine del Settecento ha portato alla formazione di una delle più importanti collezioni del Pliocene mediterraneo, attirando l’interesse della comunità scientifica internazionale. Questa eccezionale ricchezza di fossili, nota già a Leonardo da Vinci (che ne ha lasciato memoria nel codice Leicester), ha indotto gli studiosi a utilizzare il termine Piano Piacenziano, coniato dal geologo svizzero Karl Mayer, con il quale è oggi indicato il periodo di storia della terra compreso tra 3,5 e 2,5 milioni di anni fa. Buona parte dei molluschi, invertebrati e mammiferi marini rinvenuti nella zona, tra i quali spiccano gli scheletri di due balenottere, sono conservati nel Museo Geologico e Paleontologico “Giuseppe Cortesi” di Castell’Arquato.
La Rupe di Campotrera è una imponente ed alta formazione rocciosa che emerge dalle colline reggiane nei pressi del famoso castello di Matilde di Canossa. Un paesaggio scabro, severo, dal grande interesse geologico, colonizzato a fatica da una vegetazione capace di adattarsi a condizioni ambientali estreme. Per i suoi habitat naturali inusuali e la ricchezza di biodiversità presente, la riserva è stata inclusa nella lista dei siti d’interesse comunitario voluta dall’Unione Europea. Le pareti della rupe sono lo sfondo verticale della valle del rio Cerezzola, affluente del fiume Enza. Anche la storia locale si distingue, soprattutto per la presenza vicinissima all’area protetta del castello di Canossa, che così tanto ha influenzato le vicende di questi luoghi e da cui la contessa Matilde governò il suo stato feudale a cavallo dei secoli XI e XII. Alla sua presenza, qui ebbe luogo il famoso incontro tra papa Gregorio VII ed Enrico IV, che si risolse con l’assoluzione dell’imperatore dalla precedente scomunica papale. A ridosso della fortezza, oggi in rovina, sorge l’ancora imponente castello di Rossena, pure sulla sommità di uno sperone ofiolitico al pari della vicina torre di Rossenella.
Le Salse di Nirano, alle prime pendici dell’Appennino modenese, sono un’ampia conca circondata da calanchi nella quale emergono numerosi conetti di fango che conferiscono al paesaggio collinare un aspetto quasi lunare. Numerosi naturalisti e viaggiatori del passato hanno visitato queste aree, una volta più diffuse poi via via esauritesi, lasciando un’importante documentazione sulla loro evoluzione. Il primo a lasciarne traccia fu Plinio il Vecchio nel I secolo d. C.. A partire dal Seicento le salse furono oggetto di studi più approfonditi, anche se spesso ancora conditi con coloriture fantastiche. Le salse sono emissioni di fanghi salati e acque melmose fredde che si depositano a forma di cono con piccoli crateri alla sommità, dai quali gorgogliano gas e sostanze bituminose dando origine a caratteristiche colate. Si tratta di un fenomeno legato alla presenza negli strati profondi di giacimenti di idrocarburi originati dalla decomposizione anaerobica di resti organici di origine animale. La risalita spontanea avviene sotto la spinta dei gas attraverso profonde fratture che intersecano il giacimento.
Situata nella media valle del Panaro, nel comune modenese di Pavullo nel Frignano, una balza rocciosa emerge dal bosco, allungandosi tra pareti precipita su un vero e proprio altopiano: è la Riserva di Sassoguidano che tutela oltre all’altopiano boscato, l’imponente dorsale accidentata del Cinghio di Malvarone (722 m s. l. m.) e la selvaggia valle del torrente Lerna, affluente del Panaro, che si sviluppa tra le rocce per poi aprirsi in un tipico paesaggio calanchivo, tra scoscese pareti e morfologie carsiche. Nel cuore della Riserva, che si estende su circa 280 ettari, è stato allestito un Centro Visita in un edificio rurale storico situato nelle vicinanze della Chiesa di Sassoguidano, di origine milleduecentesca, edificata in posizione assai panoramica. L’altro interessante edificio religioso dell’area protetta è l’oratorio di Sassomassiccio, dei secoli XI-XII, immerso nel bosco di castagni.
Se siete interessati, abbiamo parlato anche di Oasi naturali e Parchi Nazionali e dei quindici Parchi Regionali (in due puntate, qui e qui).








