Ci sono tanti modi di misurare la ricchezza. C’è chi la misura in conti in banca, chi in esperienza, chi in tempo libero o dimensione dell’automobile posseduta. E fin qui tutto bene: si parla di singole persone e più o meno ci si capisce. Ma i luoghi? E’ possibile dire che un posto è “ricco” e un altro è “povero”, o che una località è “più facoltosa” di un’altra? E poi, come si fa a misurare la ricchezza di un luogo?
No aspettate, stavamo cadendo un’altra volta nella filosofia da ombrellone. E allora facciamo un passo indietro e vediamo se riusciamo a parlare potabile. La domanda è: è possibile dire che un posto è “ricco”, e quand’è che è ricco?

Jutta Koether, Homohomo, 2002
E allora ti fermi un secondo e pensi: ma è possibile che a pochi chilometri da casa ci sia un posto così, un tesoro nascosto che in tanti se lo mangerebbero, e tu neanche lo sapevi? Ma poi subito dopo te ne viene un altro, di pensiero, e stavolta bello. Vuoi scommettere che se tiri un sassolino- pensi- qualunque sia la direzione in cui lo tiri in questa assurda regione puoi trovare un tesoro? Perché alla fine è così: ti volti a destra e vedi il mare, con le lunghe spiagge sabbiose e pennellate d’azzurro tutto intorno. Guardi a sinistra e vedi monti, e verde, e natura quasi selvatica. E poi l’arte delle città, le stazioni termali, quella strada lunga ed antica quanto Roma, pianure ricche di frutti e laggiù in fondo il fiume.
E in quel momento capisci- o almeno ti sembra di capire- cosa vuol dire la ricchezza di un luogo, anche al di là delle misurazioni quantitative e dei titoli dei giornali. E capisci soprattutto che è proprio un bel posto dove stare, questo qua, e tu sei contento di star qui seduto a tirare sassolini.








