[Emilia Romagna dimenticata] 6 leggende e curiosità storiche che non tutti conoscono

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[Emilia Romagna dimenticata] 6 leggende e curiosità storiche che non tutti conoscono


Tempo stimato di lettura: 5 minuti

L’Italia è un paese antichissimo, pieno di tradizioni e di avvenimenti che si sono succeduti nel tempo. Le nostre città ed i loro territori sono piene di storie e miti da raccontare, leggende che spesso rimangono incastonate nei nomi dei luoghi o in piccoli particolari, disseminati nelle vie delle città. Fatti e costumi lontani che nel tempo smettono di circolare nei discorsi e nelle chiacchiere delle popolazioni, perdendosi, a poco a poco, nei meandri della memoria della collettività.

Oggi allora siamo qui per rinfrescarvi, ed insieme rinfrescarci, la memoria raccontandovi 6 avvenimenti che fanno parte della nostra storia , ma che non tutti ricordano. 6 fatti, o leggende, che riguardano le nostre città, la loro storia ed i loro antichi costumi e che hanno alimentato il miti intorno ad alcuni luoghi e personaggi.

Le Osterie di Bologna

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Carl Bloch “Antica Osteria” 1866 National Gallery of Denmark

Rinomate in Italia ed ora anche all’estero, le osterie bolognesi sono certamente uno dei luoghi più affascinanti della città di Bologna. Questi luoghi di svago sono infatti tra i locali più frequentati della città, forse anche per quell’aria un po’ antica e naif che sprigionano i vecchi tavoli di legno e le bottiglie impolverate alle pareti. Ma com’erano anticamente le osterie bolognesi?

Luoghi di ritrovo popolare, da cui spesso partivano rivolte e rivendicazioni con il governo cittadino, le osterie bolognesi furono oggetto nel 1610 anche di editto comunale che ne limitava la clientela. Fino ai primi del secolo scorso le più celebri osterie della città erano ancora l’Osteria dei Bastardini, in via Tagliapietre, la Campana in piazza VIII Agosto; il Cantinone di Londra e Bazzanesi in via San Felice; il Carnevalazz ed il Convento in via Zamboni, in zona universitaria.

Le osterie di Bologna erano certamente celebri per i personaggi che ospitavano, solitamente canzonieri e poeti popolari, ma anche per le modalità in cui venivano somministrate le vivande: ad esempio in via del Pratello, all’Osteria del Ghittòn venivamo somministrati i “fagioli a tempo”, per cui si poteva acquistare mezz’ora di fagioli in una sorta di “all you can eat” dei tempi antichi.

Alessandro Cervellati, cultore delle memorie bolognesi, sui locali bolognesi scriveva, negli anni 70, che  in via de’ Poeti si trovava un’osteria che, fino al restauro nel 1959, aveva mantenuto inalterate le caratteristiche originali settecentesche…

Il Diamante di Palazzo dei Diamanti

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guido.romeo Palazzo dei Diamanti https://flic.kr/p/6uMR8z

Il Palazzo dei Diamanti di Ferrara è uno degli edifici storici più belli ed affascinanti della città. Migliaia di bugne a forma di diamante vanno infatti a comporre le sue particolari facciate da cui prende il nome, ma secondo alcuni il nome “Diamanti” è da imputare ad un altro mito, accaduto nell’antichità. Si narra infatti che Ercole I d’Este fece nascondere all’interno di uno dei tanti diamanti delle facciate un diamante vero, appartenente alla sua corona. Solo due persone conoscevano l’esatta ubicazione del gioiello, Ercole I d’Este ed il mastro che aveva seguito i lavori di costruzione.
Alla fine dei lavori il Duca fece quindi chiamare il mastro a corte e, dopo essersi accertato che non avesse rivelato a nessuno il segreto, lo fece accecare e gli tagliò la lingua, affinché portasse con sé il segreto per tutta la vita.

Il fatto, ovviamente, non ha alcuna attendibilità storica ma la leggenda vuole che ancora oggi sia nascosto in quel palazzo un antico tesoro dei Duchi d’Este.

San Mercuriale ed il Drago

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San Mercuriale

Il primo vescovo di Forlì si chiamava Mercuriale e visse intorno al IV secolo. Come ogni santo che si rispetti, anche Mercuriale ha la sua storia e mitologia, molto conosciuta nella città di Forlì.
La tradizione vuole infatti che un Dragone vagasse per le campagne forlivesi, seminando morte e distruzione sulla sua strada. Molti cavalieri avevano tentato l’impresa di ucciderlo, ma ogni volta erano caduti sotto la potenza e ferocia del pestifero dragone.

San Mercuriale decise a quel punto che si doveva metter fine alle angherie di queste bestie appartenenti al mondo antico e, una volta avvolto il drago nella sua stola pastorale, lo scaraventò in un pozzo profondo rendendolo innocuo.
La località in cui venne gettato il drago si chiama oggi Bussecchio, da Pozzecchio appunto.

Secondo molti storici il mito avrebbe un corrispettivo storico: il drago infatti simboleggerebbe la potenza delle acque del fiume Montone, mentre il santo sarebbe l’emblema della popolazione e della potenza umana di controllo delle acque.

Re Artù a Modena

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Duomo di Modena – Foto di Matteolel

Sul fianco settentrionale del Duomo di Modena c’è un bassorilievo circolare in cui è raffigurato un episodio della vita di Re Artù. Alcune iscrizioni mostrano i nomi dei personaggi riprodotti tra i quali Ginevra, Morderd, Galvano e lo stesso Artù. Secondo gli storici il bassorilievo sarebbe da posizionare storicamente tra il 1120 ed il 1130, un’ epoca anteriore alla raccolta di miti di Re Artù, che Goffredo di Monmouth raccolse e pubblicò solamente nel 1135.
Come spiegare dunque la misteriosa esistenza del mito di Artù a Modena?

Bardi e l’elefante di Annibale

Castello di Bardi - Foto Filippo Aneli

Castello di Bardi – Foto Filippo Aneli

Nei tempi passati il paese di Bardi era indicato secondo l’eponimo “Barrus”. La credenza popolare vuole però che Barrus non fosse un generale o una personalità dell’antichità, ma fosse un elefante; per la precisione uno dei 37 elefanti di Annibale.
Secondo la leggenda questo elefante venne a morire in questi luoghi e la popolazione locale, colpita dall’animale straordinario, decise di dare il suo nome al paesello che sorgeva vicino la sua carcassa.

Naturalmente questa storia è una leggenda infatti, nonostante Annibale ed i suoi elefanti siano effettivamente passati da queste parti, il nome di Bardi deriva da Longobardi, un ceppo dei quali si stabilì qui nel 600 d.c..

La Rocca d’Olgisio e l’esercito del Re di Francia

Rocca d'Olgisio

Rocca d’Olgisio

La Rocca d’Olgisio è una delle rocche più antiche della provincia piacentina, la prima menzione dell’edificio in documenti ufficiali risale infatti al 1037 d.c.. Per la sua posizione strategica,  a cavallo tra le valli del Tidone e del Chiarone, fu spesso presa d’assedio e contesa nelle guerre che hanno investito il Nord Italia. Tra i tanti episodi a cui le sue mura assistettero, uno merita di essere menzionato più degli altri.
All’inizio del XVI secolo, il Re di Francia conquistò ,senza nemmeno troppa fatica, lo stato ed i possedimenti del Duca di Milano. A quel tempo la Rocca d’Olgisio era possedimento della famiglia Dal Verme a cui il reale francese pose un “aut aut”: o cedere la Rocca o morire lentamente sotto i colpi delle cannonate.

I Dal Verme, che conoscevano bene la qualità e la maestosità delle loro mura, non si arresero, ed ai francesi toccò assediare la rocca con duemila fanti, cento cavalieri e diversi pezzi d’artiglieria. Le cronache narrano che in soli otto giorni le mura della Rocca furono colpite con circa 1160 cannonate, che però non furono sufficienti a far arrendere gli assediati (sul lato orientale della Rocca si possono ancora vedere gli effetti dell’artiglieria francese che ha appena scalfito le mura).

La Rocca non sarebbe mai caduta in mano francese se non vi fosse stato il tradimento di un ufficiale il quale, per vile denaro, aprì di nascosto la porta ai nemici.

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2 commenti

  1. flavio

    Rocca d’Olgisio è in provincia di Piacenza.Mi sembra necessaria una correzione
    Cordiali saluti

    1. Walter Manni

      Grazia molte di averci segnalato la svista Flavio,
      abbiamo corretto subito =)

      Walter, Staff TER

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